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Acquisiti agli atti dell’inchiesta “Robin Hood”, chiamano in causa il boss Damiano Vallelunga ed il consigliere regionale Nazzareno Salerno. Dichiarazioni anche su tre imprenditori

Cronaca

Un “patto” per avvicinare gli imprenditori impegnati nei lavori della Trasversale delle Serre e “drenare” denaro. Un presunto accordo fra un boss di primo piano dell’intera ‘ndrangheta calabrese ed un politico che ha fatto carriera: sindaco, consigliere provinciale, assessore al Lavoro alla Regione Calabria ed infine consigliere regionale. Il primo, Damiano Vallelunga di Serra San Bruno, il capo del clan dei “Viperari”, morto ammazzato nel settembre del 2009 - dinanzi al santuario di Riace dei santi Cosma e Damiano – per mano dei clan Gallace di Guardavalle, Leuzzi di Stignano e Ruga di Monasterace. Il secondo, Nazzareno Salerno di Serra San Bruno, dal febbraio scorso in carcere nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Catanzaro denominata “Robin Hood”.

Ed è proprio dagli atti di tale inchiesta che vengono fuori alcuni verbali inediti resi di recente dal collaboratore di giustizia, Andrea Mantella, al pm Graziella Viscomi ed al procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri.

 

La Trasversale, Vallelunga e Salerno. Secondo il pentito vibonese Andrea Mantella, un’influenza di non poco conto sui lavori della Trasversale avrebbe avuto negli anni Nazzareno Salerno il quale “ha messo il lavoro in mano a Damiano Vallelunga nel tratto che interessava a lui”. In particolare, per il collaboratore di giustizia il boss Damiano Vallelunga avrebbe interessato Nazzareno Salerno per cercare di avvicinare gli imprenditori impegnati nei lavori della Trasversale o, per dirla alla Mantella, allo scopo di “raddrizzare questi grossi imprenditori, che venivano alcuni dal Nord, perché Vallelunga doveva piazzare i suoi escavatori e doveva piazzare il calcestruzzo”. Non solo. L’interesse principale di Damiano Vallelunga, a detta di Mantella, sarebbe stato quello di ricevere le mazzette per i lavori della Trasversale con il denaro che gli sarebbe giunto “attraverso Nazzareno Salerno”.

L’allarme del Sisde ed il pentito Turrà. Gli inquirenti sono impegnati nella ricerca dei riscontri alle dichiarazioni di Andrea Mantella e molte sono ancora le pagine omissate dei suoi verbali. Non è la prima volta, tuttavia, che un collaboratore di giustizia rilascia dichiarazioni sui lavori della Trasversale. Il 19 giugno del 2002, dinanzi all’allora pm della Dda di Catanzaro Patrizia Nobile, era stato infatti Vitaliano Turrà, dell’omonima consorteria mafiosa di Serra San Bruno, ma con diramazioni anche a Guardavalle, a riferire dei dissapori sorti nel 1995 sui lavori della Trasversale delle Serre fra il clan Mancuso di Limbadi e  Damiano Vallelunga. Motivo del contendere sarebbe stata la divisione della mazzetta per i lavori dell’importante opera pubblica, non escludendo dalla spartizione il clan Chiefari che ha le sue roccaforti nei comuni di Torre Ruggiero, Cardinale e Chiaravalle.

L’allarme sulle possibili ingerenze della ‘ndrangheta nei lavori della Trasversale era stato del resto segnalato anche dal Sisde (Servizi segreti) nella relazione presentata al Governo il 16 agosto del 2007.

Vallelunga, Salerno e i Tripodi. “Sono a conoscenza di collegamenti di Nazzareno Salerno nel Soveratese in quanto Damiano Vallelunga aveva contatti criminali in quella zona”. Queste, invece, le ulteriori dichiarazioni di Andrea Mantella finite agli atti dell’inchiesta “Robin Hood”. A detta del collaboratore, il politico di Serra San Bruno avrebbe infatti pranzato in qualche occasione anche con i Tripodi, cugini di Damiano Vallelunga, ed a capo del “locale” di ‘ndrangheta di Soverato Superiore.

Ed i Tripodi, secondo Andrea Mantella, sarebbero stati ben a conoscenza “dell’appoggio elettorale che bisognava dare a Nazzareno Salerno”.

La politica nelle Serre. Andrea Mantella spiega poi che a Serra San Bruno, negli anni, non sarebbero mancati i contrasti politici nei quali si sarebbero intromessi a pieno titolo i clan locali. Naturalmente a modo loro. Come quella volta, racconta Mantella, che il boss Damiano Vallelunga decise di uccidere “un cavallo custodito nella masserie dei genitori degli esponenti politici del Comune di Serra San Bruno” rivali di Nazzareno Salerno, mentre in altra occasione – sempre secondo Mantella – Nazzareno Salerno si sarebbe interessato per far ottenere ad un componente della “famiglia” Ciconte, detto “Berlusconi”, i lavori per il disboscamento di alcune aree delle Serre. “Perché Ciconte – fa mettere a verbale il collaboratore di giustizia – era riferibile a Damiano Vallelunga”.

Gli altri imprenditori: Ferrante e Santacroce. Ciconte non è tuttavia il solo imprenditore “tirato in ballo” da Mantella. Il collaboratore di giustizia indica infatti il proprietario di un negozio di camicie a Vibo Valentia quale “prestanome dei Mancuso”, mentre Gianfranco Ferrante di Vibo Valentia – pure lui arrestato nell’operazione “Robin Hood” ed attualmente ai “domiciliari” – si sarebbe rivolto “a Nazzareno Salerno per avere dei favori. In particolare – spiega Mantella - ricordo che per delle autorizzazioni che riguardavano il suo locale mi disse che aveva problemi con il comandante dei vigili urbani e si rivolgeva a Nazzareno Salerno perché intervenisse lui con questi”. Lo stesso Gianfranco Ferrante presente nel vivaio di Vito Santacroce all’Angitola in occasione dell’intimidazione ai danni del dirigente al Lavoro della Regione Calabria, Bruno Calvetta, presente anche Nazzareno Salerno. Andrea Mantella chiarisce così ai magistrati anche tutto ciò che conosce su Vito Santacroce. Ed pure in questo caso si tratta di dichiarazioni del tutto inedite.

“Non sono a conoscenza, almeno sino a quando sono stato fuori io – chiarisce Mantella - del fatto che Santacroce subisse minacce o attentati dai Mancuso. So per certo, tuttavia, che Vito Santacroce è intimo amico di Gianfranco Ferrante e con lui ci incontravamo al Cin Cin bar. Io stesso dissi –conclude Mantella – a Tommaso Anello di non toccare Santacroce nell’ottica di uno scambio di favori. Chiaramente se Ferrante è vicino ai Mancuso, anche Santacroce, per come lo conosco io, subisce l’influenza dei Mancuso, nel senso che uno più uno fa due. So inoltre che Vito Santacroce, quello del vivaio, si metteva a disposizione per cambiare assegni provento di usura, oltre a tenere i latitanti”. Mantella, quindi, si sarebbe speso con il clan di Filadelfia degli Anello per “lasciare in pace Santacroce", indicato dallo stesso ex esponente di vertice del clan Lo Bianco di Vibo come suo "amico”. Ed il risultato sperato dal futuro collaboratore di giustizia non sarebbe tardato ad arrivare, con "l'imbasciata" prontamente rispettata dalla consorteria mafiosa di Filadelfia "padrona" dell'intera zona dell'Angitola.

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