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I rapporti fra mafiosi e “fratelli” nelle operazioni delle Dda di Catanzaro e Reggio. Legami occulti ed inesplorati che presto potrebbero essere riletti sotto una nuova “luce”…

Cronaca

“Le logge massoniche presenti in questa provincia sono numerose, dall'ultimo monitoraggio sono sei: la Gioacchino Murat, la Giosuè Carducci, la Michele Morelli, la Monteleone, la Parsifal, Gran Loggia Garibaldini d'Italia, tutte aderenti al Goi, tranne la Parsifal (aderente alla Gran Loggia Regolare d'Italia) e la Gran Loggia Garibaldini d'Italia, giusta chiusura in data 20/03/2014 della Loggia Bettino Ricasoli. Tuttavia sino ad ora non sono emersi collegamenti, nelle molteplici attività di polizia giudiziaria pure condotte dalle diverse forze di polizia in provincia, tra esponenti massonici e mafiosi - fatta salva la circostanza investigativa appena evidenziata”.

Questo quanto messo nero su bianco in una relazione ufficiale che la Prefettura di Vibo Valentia ha consegnato alla Commissione parlamentare antimafia il 7 aprile 2014 in occasione della visita di alcuni  stessa Commissione in città. Un rapporto in cui, oltre ad una “radiografia” della situazione economica, sociale e criminale della provincia di Vibo, la locale Prefettura ha inteso fare un passaggio – sulla scorta di una relazione delle forze dell’ordine, Arma dei carabinieri in primis – pure sulla presenza della massoneria in città ed in provincia. A detta di tale relazione – datata 2014 – a Vibo Valentia e provincia dalle “molteplici attività di polizia giudiziaria condotte dalle diverse forze di polizia in provincia” non sono emersi collegamenti tra esponenti massonici e mafiosi, tranne i riferimenti del boss di Limbadi, Pantaleone Mancuso, alias “Vetrinetta” (in foto) ad un ruolo sovraordinato della massoneria rispetto alla vecchia ‘ndrangheta che, ad avviso del boss, deve “modernizzarsi... non stare con le vecchie regole, perché l mondo cambia e bisogna cambiare tutte cose! Oggi la chiamiamo "massoneria".... domani la chiamiamo P4, P6, P9”.

Ma davvero le inchieste giudiziarie sinora condotte non hanno fatto emergere collegamenti a Vibo e nel Vibonese fra esponenti e massonici e mafiosi? La realtà, a ben vedere, è ben diversa. La relazione del 2014 consegnata dalla Prefettura di Vibo alla Commissione parlamentare antimafia dimentica, del resto, di citare persino la loggia Benedetto Musolino del Goi (regolarmente registrata), così come dimentica di segnalare la presenza di altre logge a Filadelfia ed a Limbadi.

Vediamo, dunque, di capire cosa si trova spulciando nei carteggi giudiziari in ordine ai collegamenti fra ‘ndrangheta e massoneria nel Vibonese.

L’operazione Dinasty. L’interesse per le logge massoniche vibonesi da parte della ‘ndrangheta lo si trova per esempio nella storica operazione “Dinasty” contro il clan Mancuso scattata nell’ottobre 2003 e coordinata dall’allora pm della Dda di Catanzaro Patrizia Nobile. E’ in particolare il boss Diego Mancuso a svelare al nipote Domenico l’esistenza di fotografie in cui vengono sarebbero stati immortalati noti imprenditori del Vibonese e qualche magistrato vestito in abiti massonici.

Uno di tali personaggi, aderenti alla massoneria del Grande Oriente d’Italia, secondo il boss andava avvicinato perché in grado “di spostare pure le montagne” e quindi – nell’ottica mafiosa – capace di interessarsi pure alle vicende giudiziarie dei Mancuso. Lo stesso Diego Mancuso (in foto) nelle intercettazioni indicava lo zio Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta”, quale appartenente a logge massoniche. Sul punto, però, la sentenza del Tribunale di Vibo nel processo “Dinasty”, confermata in Cassazione, ha rimarcato come sull’asserita partecipazione di Pantaleone Mancuso “a logge massoniche occulte non vi sono né riscontri e né conferme”.

Giacomo Lauro e l’operazione Olimpia. Altri riferimenti alla massoneria ed alla ‘ndrangheta nel Vibonese sono stati invece fatti ai magistrati della Dda di Reggio Calabria già nel 1994 dal più importante pentito calabrese: Giacomo Ubaldo Lauro, con un passato quale principale “consigliore” del potente clan reggino Condello-Imerti-Saraceno e oltre 40 anni di vita criminale vissuta ai massimi livelli (era stato affiliato all’età di 21 anni da don Domenico Macrì di Siderno, il capo dei capi della ‘ndrangheta calabrese, ucciso nel 1975), tanto da consentire al pool antimafia dell’allora procuratore Salvatore Boemi di portare a termine l’operazione “Olimpia”, la più grande operazione di sempre contro la criminalità organizzata calabrese. Proprio nei faldoni di quell’inchiesta, Giacomo Lauro (in foto) ha indicato il defunto boss Peppino Pesce di Rosarno (cl. ’27) come iscritto negli anni ‘80 ad una loggia coperta di Vibo Valentia, mentre nella superloggia coperta del defunto preside Cosimo Zaccone di Reggio Calabria il pentito per il Vibonese ha indicato quale aderenti pure il boss Ciccio Mancuso (deceduto nel 1997) e l’ex senatore Antonino Murmura. Nessun riscontro, però, è stato trovato sul punto a tali dichiarazioni del collaboratore Giacomo Lauro.

Cordova e l’inchiesta “Mani segrete”. In precedenza, a raccontare all’allora procuratore di Palmi Agostino Cordova (in foto) ed al pm Francesco Neri dei presunti affari illeciti della massoneria deviata vibonese era stato invece un medico di San Mango d’Aquino, poi espulso dal Goi per aver fatto ricorso alla giustizia “profana” contro un “fratello”. Il “pentito” aveva parlato di presenze inquietanti in alcune logge di Vibo Valentia, dove sarebbe stato facile incontrare boss mafiosi e terroristi di estrema destra. L’inchiesta di Cordova, trasferita a Roma per competenza territoriale, è stata però archiviata dal gip Augusta Iannini con la motivazione che ci si trovava dinanzi a “notizie” e non a “notizie di reato”, pur ammettendo lo stesso magistrato nel decreto di archiviazione che la gran mole di atti e documenti sequestrati era inconsultabile (quindi neanche sfogliata dal giudice) in quanto ammassata in uno scantinato del Tribunale di Roma. 

L’inchiesta “Rima”. Interessanti contatti fra esponenti di primissimo piano della massoneria del Goi di Vibo Valentia e personaggi dei clan di Piscopio e San Gregorio d’Ippona li si trovano invece nelle operazioni antimafia “Rima” del 2005 e “Nuova Alba” del 2007, condotte dalle Squadre Mobili di Catanzaro e Vibo con il coordinamento della Dda. Nello specifico, negli atti delle due inchieste uno dei principali esponenti della massoneria vibonese del Grande Oriente d’Italia viene prima fermato in auto di notte insieme a personaggi di Piscopio e poi menzionato con dovizia di particolari in alcune intercettazioni fra due mafiosi del clan Fiarè per via della promessa non mantenuta circa il sostegno elettorale nei confronti di un politico che si sarebbe invece speso per la sistemazione di un familiare del massone in questione alla Provincia.

“Decollo Money”. Gli ultimi capitoli sui presunti contatti fra esponenti della criminalità vibonese e personaggi aderenti alla massoneria aspettano però di essere scritti. L’inchiesta “Decollo money” della Dda di Catanzaro sui canali di riciclaggio a San Marino degli enormi proventi frutto del narcotraffico gestito da Vincenzo Barbieri – ucciso a San Calogero il 12 marzo scorso – ha infatti portato sotto processo anche i vibonesi Domenico Macrì e Salvatore Lubiana, entrambi nel Grande Oriente d’Italia ed entrambi di Nicotera, accusati di concorso in riciclaggio dei soldi del broker della cocaina. Il Goi, dopo l’operazione ha sospeso, da ogni incarico sia Macrì che Lubiana.

Nell’ambito del processo che si sta celebrando a Vibo è inoltre emerso in aula che Valter Vendemini, direttore del “Credito Sammarinese” e fra gli imputati principali in “Decollo money”, avrebbe avuto diversi incontri nel Vibonese con personaggi di spicco dell’imprenditoria e della massoneria.

Dalla documentazione sequestrata a Vendemini è infatti emerso come quest’ultimo il 19 luglio 2010 avrebbe avuto un appuntamento a Vibo con uno dei leader della massoneria vibonese del Goi ed all’incontro sarebbe stato presente pure Domenico Macrì.

L’inchiesta Libra. Lo stesso Domenico Macrì, alias “Micuccio”, residente a Città di Castello, spunta poi pure negli atti dell’inchiesta Libra coordinata dalla Dda di Catanzaro e scattata nel maggio del 2013. In particolare, negli atti di indagine curati dall’allora comandante della Stazione dei carabinieri di Vibo Valentia, Nazzareno Lopreiato, emerge che Domenico Macrì avrebbe spiegato agli interlocutori “l’opportunità storica di mettere in si mesi il piede nella banca di San marino” portando ognuno di loro altre 20 persone al fine di raggiungere la somma di 10 milioni di euro, in un’operazione definita da Micuccio Macrì “dal sapore tipico di quella massoneria operativa da lui praticata da una vita”. Secondo Macrì, infatti, <<lo scopo finale dell’operazione è di avere una banca per i cazzi loro”, con il vantaggio della “riservatezza” che solo un conto corrente estero garantirebbe. All’operazione avrebbe lavorato pure un altro “fratello” al momento però da identificare.

 Operazione “Crimine 3”. E’ un’operazione scattata nel 2011 ad opera della Dda di Reggio Calabria e negli atti di tale inchiesta due funzionari delle Dogane di Gioia Tauro parlano nelle intercettazioni anche della massoneria vibonese. Senti una cosa – spiegano nei dialoghi captati - guarda che Vibo è una potenza, esprime alte personalità, quindi tu a Vibo non saresti male, in questo momento Vibo è molto quotata. Netta la risposta dell’interessato: “A me lo dici, lo so, ci tengono da Vibo. Aspetta, fai passare questa fase – affermano – altrimenti poi passa che l’hai fatto apposta per la ditta, fai passare un po’ di tempo, ci sono i Mancuso per di là e quindi niente…ci sono stati discorsi pure nella zona, gente di Rosarno e Gioia Tauro, insomma ce l’hanno messo dentro”.

Massoneria e ‘ndrangheta nel Vibonese, dunque, una “storia” che aspetta ancora di essere scritta compiutamente ed alla quale, dopo le dichiarazioni del pentito Cosimo Virgiglio, stanno lavorando i magistrati della Dda di Catanzaro.

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