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La Prefettura di Vibo Valentia ha inviato una commissione per accertare eventuali infiltrazioni mafiose nell’ente guidato da Giuseppe Morello

Cronaca

Si è ufficialmente insediata stamane al Comune di Limbadi la Commissione di accesso agli atti, voluta dal prefetto di Vibo Valentia, Guido Longo. Dovrà accertare eventuali infiltrazioni mafiose nell’ente o forme di condizionamento della criminalità organizzata che queste latitudini si chiama clan Mancuso. La commissione, incaricata di vagliare tutta l’attività dell’amministrazione comunale e dell’apparato amministrativo, resterà in carica per 90 giorni, salvo la concessione di un ulteriore proroga di tre mesi. Alla base della nomina vi sono una serie di segnalazioni da parte delle forze dell’ordine su collegamenti diretti e indiretti fra alcuni amministratori ed esponenti della criminalità organizzata locale riconducibile al clan Mancuso.  E’ in particolare un rapporto dei carabinieri a “fotografare” sia i candidati di maggioranza, quanto quelli di opposizione ed entrambe le liste contendenti, ad avviso dei militari dell’Arma, hanno presentato alcuni candidati segnalati per rapporti di frequentazione ed altro con ambienti “contro-indicati”.

Giuseppe Morello (in foto) è sindaco dal giugno 2015. Una Commissione di accesso agli atti, che interessava la precedente amministrazione, non aveva ottenuto nel 2013 il via libera dal Ministero dell'Interno, nonostante un parere positivo allo scioglimento espresso dalla Prefettura di Vibo Valentia. A puntare l'indice contro il Comune di Limbadi (sempre in riferimento alla precedente amministrazione comunale) era stata poi nel 2014 la Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Rosy Bindi, che aveva auspicato esami più approfonditi sul "caso Limbadi". Alla fine l'ex sindaco Francesco Crudo - proprio a seguito di tali polemiche - nell'aprile del 2014 aveva rassegnato le proprie dimissioni e nel giugno del 2015 è stato eletto primo cittadino il suo rivale Giuseppe Morello. 

Il precedente del 1983. Limbadi è stato in ogni caso il primo Comune d'Italia ad essere sciolto d'autorità dall'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini. Era il 1983 e fra gli eletti in Consiglio comunale figurava al secondo posto, fra coloro che avevano preso più voti, Francesco "Ciccio" Mancuso (cl. '29), patriarca e fondatore dell'omonimo clan, un anno dopo finito nella storica operazione antimafia denominata "Francesco Mancuso + 199" nata dalle dichiarazioni di alcuni pentiti (il rosarnese Pino Scriva in testa). All'epoca non esisteva ancora una legge sugli scioglimenti per mafia degli enti locali, ma il presidente Sandro Pertini appena appresa la notizia dell'elezione di Ciccio Mancuso non permise neppure di insediarsi a quel Consiglio comunale appena eletto, sciolto d'autorità per motivi di ordine pubblico e per non far perdere quella credibilità e quel prestigio che un Comune deve sempre mantenere. 

L'amministrazione comunale attraverso una nota su facebook ribadisce “serenetà”, prendendo atto “del procedimento” per il quale si augura che “la giustizia faccia il suo corso e la cittadinanza possa trarne le conseguenze”.

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