Pubblicita'

Carattere

Il gup ha disposto il processo per il “caso Mosca”, l’anziano deceduto nel 2005 ed ospite della Rsa di Moderata Durant. Si va in Corte d’Assise a Catanzaro

Cronaca

Abbandono di persona incapace e maltrattamenti che hanno portato alla morte di una persona. Questi i reati per i quali il gup del Tribunale di Vibo Valentia, Lorenzo Barracco, in accoglimento di una richiesta della Procura ha rinviato a giudizio 9 indagati accusati della morte di Alfonso Mosca, ospite della Rsa di Moderata Durant a Vibo Valentia e deceduto poi a Serrastretta, in provincia di Catanzaro, il 29 dicembre 2005. Il processo è stato fissato per il 15 febbraio 2018 dinanzi alla Corte d’Assise di Catanzaro.

Per tale data dovranno comparire sul banco degli imputati: Giuseppe Iorfino, 61 anni, di Arena, nelle vesti di responsabile sanitario della struttura (difeso dall’avvocato Luigi Giancotti); Luciano Scarmato, 62 anni, di Vibo Valentia, caposala; gli infermieri professionali, in servizio nella Rsa, Rosa De Filippis, 52 anni, di Bivona, Patrizia Giordano, 50 anni, di Vibo, Salvatore Maiorana, 50 anni, di Jonadi, Antonio Potenza, 60 anni, di Piscopio, Francesco Scidà, 58 anni, di Vazzano, Maria Teresa Mandaradoni, 41 anni, di Vibo (tutti difesi dall’avvocato Emilio Stagliano) e Maria Concetta Macaluso, 45 anni, di Vibo Marina (avv. Giuseppe Di Renzo). Gli imputati erano già stati rinviati a giudizio nel gennaio del 2011 con le accuse, a vario titolo,  di maltrattamenti, lesioni e omicidio colposo. Una volta in corso il dibattimento dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia, la Procura ha però modificato i capi di imputazione, riformulando le accuse e contestando a vario titolo reati più gravi (abbandono di persona incapace e maltrattamenti che hanno portato alla morte di una persona) la cui competenza a celebrare il processo spetta alla Corte d’Assise.

Le accuse. Ad avviso della Procura, gli indagati con le loro condotte avrebbero provocato il decesso dell’anziano. Sarebbero responsabili, ognuno per i rispettivi ruoli, del concorso di cause che tra agosto e settembre 2005 determinò un peggioramento delle condizioni di salute di Alfonso Mosca, al quale non sarebbero stati forniti cibo e liquidi in modo adeguato. A seguito della morte dell’anziano, i familiari presentarono una denuncia-querela dando così il via all’attività di indagine. Secondo l’accusa, gli imputati avrebbero provocato, ognuno per le rispettive competenze, un peggioramento delle condizioni di salute di Alfonso Mosca. Quadro aggravato da patologie di altra natura che avrebbero poi portato al decesso dell’anziano. In particolare, l’ufficio di Procura – sulla scorta delle risultanze della consulenza svolta dal medico legale Massimiliano Cardamone e delle indagini dei militari dell’Arma del Nucleo investigativo – sostiene che non sarebbero stati forniti cibo e liquidi in modo adeguato ad Alfonso Mosca, ricoverato nella Rsa e persona anziana non in grado di gestirsi autonomamente. 

Agli imputati viene mossa l’accusa di non essersi presi cura della sua persona e della sua igiene, “lasciandolo sporco nei suoi escrementi e non fornendogli quelle prestazioni necessarie ad impedire la formazione di piaghe da decubito”. Inoltre, sempre secondo l’ipotesi accusatoria, in alcune occasioni l’anziano sarebbe stato “redarguito e picchiato per farlo desistere dal lamentarsi e chiedere aiuto al fine di ottenere il soddisfacimento dei bisogni primari”. Gli imputati, inoltre, sempre nell’ambito delle proprie specifiche competenze, sarebbero giunti “finanche a legare l’uomo nudo al letto oppure a delle sedie”. Così facendo, secondo il pubblico ministero, gli imputati “non impedivano e cagionavano uno stato di malnutrizione proteico-energetico, disidratazione e, conseguentemente, l’allettamento dell’anziano”. Situazione che, unitamente a concause patologiche di altra natura, avrebbero determinato il decesso del paziente, avvenuto a Serrastretta, il 29 dicembre 2005. Parti offese nel procedimento i prossimi congiunti di Alfonso Mosca, vale a dire Mirella, Silvana ed Emilia Mosca, assistite dall’avvocato Nicolino Panedigrano.

 

Seguici su Facebook