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Il boss Pantaleone Mancuso, “Scarpuni”, ritenuto colpevole di aver procurato un potente ordigno esplosivo da utilizzare contro il clan dei Piscopisani

Cronaca

Cinque anni e 4 mesi di reclusione, più 32mila euro di multa. Questa la pena resa definitiva dalla prima sezione penale della Cassazione per il boss Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, 56 anni, di Nicotera Marina, ritenuto responsabile di aver procurato e ceduto a Rinaldo Loielo e Filippo Pagano un potente ordigno esplosivo di due chili e mezzo che doveva servire per far saltare in aria Raffaele Moscato, elemento di spicco del clan dei Piscopisani prima di passare fra i collaboratori di giustizia. La bomba era attivabile a distanza con un sistema di innesco, composto da un ricevitore radiocomandato al quale era collegato un detonatore elettrico.

I fatti costati a Mancuso la condanna sono stati accertati attraverso un'attività di intercettazione ambientale, svolta all'interno del Bar Tony di Nicotera Marina.

La disponibilità dell'ordigno parte di Mancuso, Loielo e Pagano, è risultata strumentale al perseguimento dei fini della consorteria 'ndranghetista nella quale gravitano i tre soggetti, in funzione dell'attività di contrasto armato al clan dei Piscopisani. Tale obiettivo criminale, per la Cassazione – che ha depositato contestualmente i motivi della sentenza di condanna – ha costituito un elemento “idoneo a fare ritenere sussistente l'aggravante delle finalità mafiose (art. 7 della legge antimafia), risultando l'attività di procacciamento posta in essere dall'imputato funzionale al rafforzamento sul territorio della consorteria di cui fa parte”.

Il potente ordigno esplosivo è stato ritrovato dalla polizia il 23 febbraio 2013 nell’auto con a bordo Loielo e Pagano, fermati in località “Serricella” del comune di Rosarno. Erano stati gli stessi due giovani di Gerocarne, alla richiesta dei documenti, ad avvertire i poliziotti del Commissariato di Gioia Tauro che nel bagagliaio avrebbero trovato una bomba, disinnescata poi dagli artificieri arrivati da Reggio Calabria.  

Rinaldo Loielo è figlio di Giuseppe Loielo, assassinato all’età di 46 anni insieme al fratello Vincenzo, 44 anni, nella cosiddetta “strage di Ariola”. Il fatto di sangue risale all’aprile del 2002. Secondo gli inquirenti,  la strage fu voluta dalla cosca al cui vertice vi sarebbe stato Bruno Emanuele, aiutato nell’agguato dal boss di Cassano allo Ionio, Tonino Forastefano, ora collaboratore di giustizia.

Da uno dei colloqui intercettati in un bar di Nicotera Marina, ritenuto la “base operativa” dell’articolazione del clan Mancuso facente capo al boss Pantaleone Mancuso (Scarpuni), sarebbe emerso il proposito della collocazione nottetempo dell’ordigno esplosivo all’interno del veicolo in uso alla vittima designata, Raffaele Moscato, all’epoca latitante ed ora collaboratore di giustizia, che doveva saltare in aria attraverso l’ausilio di un telecomando a distanza. Moscato, ritenuto organico al clan dei Piscopisani, sarebbe stato un obiettivo dei Loielo in quanto cugino degli Idà di Gerocarne, a loro volta questi alleati con il clan delle Pre Serre vibonesi degli Emanuele che è contrapposto agli stessi Loielo. A far da tramite fra Pantaleone Mancuso e Rinaldo Loielo sarebbe stato un personaggio di Tropea non ancora identificato.

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