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Intervistato dal direttore del Tg di LaCnews24 e della testata giornalistica web Il Vibonese, Pietro Melia, il giornalista dell’Espresso si è soffermato sul principale protagonista di Mafia Capitale

Cultura

 "Vedi su internet chi c.... sono io". A parlare è Massimo Carminati, principale indiziato nel processo Mafia Capitale, ex terrorista dei Nar, intercettato mentre si rivolge ad un operatore telefonico. E la sua storia, oggi, a palazzo Gagliardi, l'ha raccontata al pubblico di Leggere & Scrivere il caporedattore dell'Espresso Lirio Abbate.

Abbate, autore di un'inchiesta giornalistica, di un libro e di un docufilm su Carminati, ora sotto scorta dopo le minacce ricevute da Er Cecato, è partito dal furto al caveau della banca del Tribunale di Roma per spiegare "retroscena rimasti celati per anni. Una storia di tanti gialli, storie non dette. E un ricatto alla Repubblica".

Giunto a Vibo, ospite del Leggere & Scrivere 2017, per presentare il suo ultimo libro "La lista. Il ricatto alla Repubblica di Massimo Carminati" (Rizzoli, 2017), il giornalista dell'Espresso, intervistato dal direttore del Tg di LaCnews24 e de Il Vibonese.it, Pietro Melia, ha raccontato con foto, video e intercettazioni il furto di alcune cassette di sicurezza nel 1999 all'interno del Palazzo di Giustizia commesso da una banda specializzata.

"Nel posto più protetto d'Italia, senza forzare serrature, Carminati – coinvolto in alcune tra le inchieste più scottanti del Paese (omicidio Pecorelli, strage di Bologna, assassinio Fausto e Iaio, banda della Magliana) – aprirà solo alcune di queste cassette dove ci potrebbero essere documenti segreti. A Roma se hanno un problema – continua Abbate – vanno da lui, uno dei re di Roma. Io, con documenti e fatti, racconto vicende di rilevanza sociale e politica. La mafia non è più lupara o dialetto meridionale". E proprio il lavoro svolto dal giornalista d'inchiesta "ha fatto impazzire Carminati. Dal suo 'ufficio' – continua – una stazione di servizio su corso Francia a Roma, dà ordini e intimidisce commercianti e professionisti. Ma questa non è mafia secondo i giudici".

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