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La raccolta formata da 320 pezzi di grande valore fu donata nel 1984 dallo studioso Dario Leone ma se ne erano perse le tracce. Il museo Capialbi pronto a chiederne la restituzione

Cultura

La preziosa raccolta di reperti preistorici, che nel 1984 fu donata al museo archeologico Vito Capialbi di Vibo Valentia, è a Lamezia. Risolto il mistero della scomparsa dei 320 reperti litici (cioè manufatti in pietra) che lo studioso lametino Dario Leone donò al museo statale di Vibo. Una collezione prestigiosa, che tra gli anni '70 e '80 fu al centro di diverse mostre nazionali, della quale però si erano perse le tracce.

Nell'aprile scorso, il presidente dell'associazione Civitas, Raniero Pacetti, aveva sollevato pubblicamente la questione, rivolgendosi al direttore dei musei archeologici nazionali della Sibaritide e di Vibo Valentia, Adele Bonofiglio, chiedendo di sapere che fine avesse fatto la collezione Leone, mai esposta nelle sale del castello Normanno Svevo. Un appello che aveva coinvolto anche il sindaco Elio Costa e che è stato immediatamente raccolto da Bonofiglio, che ha avviato una serie di verifiche per reperire notizie sulla collezione scomparsa. «Fortunatamente non è andata persa e attualmente è conservata nel museo di Lamezia - conferma il direttore del museo vibonese -. Al più presto avvieremo l'iter per la restituzione. La nostra intenzione è allestire uno spazio espositivo ad hoc e mettere in mostra la collezione qui al Capialbi».

Ma la vicenda potrebbe innescare un braccio di ferro con il museo archeologico lametino, che ha predisposto da tempo una sezione preistorica dedicata proprio a Dario Leone, dove sono in mostra gli strumenti utilizzati dai primi cacciatori del paleolitico che abitarono la Calabria. Non è escluso, quindi, che tra i pezzi esposti ci siano anche i reperti della raccolta che fu donata a Vibo.

Difficoltà che però non vengono paventate da Bonofiglio. «Lamezia fa parte del polo museale regionale - spiega, come a sottolineare che l'appartenenza alla stessa rete ministeriale dovrebbe scongiurare eventuali resistenze -, ma prima di chiedere la restituzione dei reperti vogliamo rendere idoneo il nostro museo ad accogliere la collezione, prevedendo un'esposizione permanente attraverso la realizzazione di un progetto di allestimento che ci è stato finanziato attraverso la programmazione triennale del ministero».

Insomma, prima di affrontare la procedura che dovrebbe garantire il ritorno dei reperti, il museo del castello vuole prepararsi al meglio, perché in gioco ci sono testimonianze archeologiche molto importanti, come conferma lo stesso direttore del Capialbi: «È una collezione di grande interesse perché documenta tutto il periodo protostorico (cioè quello generalmente compreso tra la prima età del bronzo e quella del ferro, ndr). Cosa sia davvero rimasto rispetto alla donazione originale, va però appurato, perché questa collezione fu oggetto, presumibilmente negli anni '70, di una mostra molto importante a Roma e poi fu trasferita anche a Reggio Calabria per una nuova esposizione. Purtroppo non abbiamo tutti i documenti che testimoniano i vari passaggi. È quindi impossibile, al momento, sbilanciarsi su cosa ci sia ancora dopo tanti anni. Bisogna verificare direttamente, cosa che faremo».

Il ritorno della collezione Leone, archeologo di grande fama che negli anni '60 gettò le basi per lo studio della preistoria in Calabria, potrebbe rappresentare per il museo di Vibo anche un'importante occasione di rilancio. Poco meno di 8mila, infatti, sono stati i visitatori tra giugno e agosto 2017, di cui più della metà, cioè 4.881 non paganti, per un incasso totale, durante i tre mesi estivi, di appena 8.754 euro.

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