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Il direttore Gregorio Aversa interviene sulla vicenda della collezione Leone mettendo in dubbio l’opportunità della restituzione al Capialbi

Una sala del museo di Lamezia Terme
Cultura

«Se il museo di Lamezia dovesse perdere i reperti della collezione Leone sarebbe un duro colpo, la questione va valutata con attenzione perché non è detto che la restituzione a Vibo sia la soluzione più giusta».

Il direttore del museo lametino, Gregorio Aversa, conferma ciò che il Vibonese.it aveva rivelato qualche giorno fa, cioè il ritrovamento dopo oltre 30 anni dei 320 reperti preistorici che nel 1984 furono donati al museo statale Vito Capialbi, ma dei quali si erano perse le tracce. La collezione, composta principalmente da manufatti e strumenti in pietra lavorata, apparteneva allo studioso lametino Dario Leone, che negli anni ’60 gettò le basi per lo studio della preistoria in Calabria. Fu lui a donare i reperti al museo ospitato nel castello Normanno Svevo, ma dopo alcune mostre temporanee a Roma e Reggio Calabria allestite negli anni ’80, la collezione sparì. A chiedersi che fine avesse fatto è stata recentemente l’associazione Civitas, presieduta da Raniero Pacetti, che ha sollecitato l’intervento del direttore del museo vibonese, Adele Bonofiglio. Il mistero è stato risolto in fretta e il museo di Vibo si è detto pronto ad avviare le procedure per ottenere la restituzione della collezione.

Un’ipotesi che inevitabilmente finirebbe per gravare sulla capacità attrattiva del museo di Lamezia, che si vedrebbe sottrarre reperti in esposizione ormai da anni, tant’è che c’è anche una sezione riservata alla preistoria, con una sala dedicata proprio a Leone.

«Il museo di Vibo è uno dei più importanti della regione - afferma Aversa -, potendo già contare su reperti interessantissimi e di grande rilevanza archeologica. Quindi non cambierebbe molto il suo valore se esponesse anche la collezione Leone. Mentre per Lamezia sarebbe diverso e diverrebbe un problema sostituire i reperti in caso di trasferimento. Il mio auspicio, e lo dico da calabrese, è che alla fine non prevalgano solo valutazioni di carattere legale o burocratico, ma si punti piuttosto alla valorizzazione complessiva del patrimonio della Calabria».

Insomma, il direttore del museo di Lamezia mette le mani avanti e pur non negando la fondatezza delle pretese di Vibo, avverte che comunque la vicenda va ricostruita minuziosamente.

«Il primo problema da risolvere - sottolinea - è quello relativo alla titolarità dei reperti. Se questo materiale è stato correttamente incamerato nella nostra raccolta, credo che sia da considerare a tutti gli effetti del museo di Lamezia. Insomma, bisogna ripercorrere la storia della collezione per arrivare a determinare cosa fare. In ogni caso, non ci saranno problemi a collaborare proficuamente con il museo di Vibo per dirimere la questione. Lo ripeto, mi auguro che in questa vicenda prevalgano gli aspetti culturali rispetto a quelli legali e al campanilismo, altrimenti torniamo ad essere bizantini e cavillosi senza un reale vantaggio per la nostra regione».

I tempi, comunque, non saranno brevi, anche perché prima di chiedere l’eventuale restituzione, il museo di Vibo, come ha rimarcato qualche giorno fa il direttore Bonofiglio, si vuole attrezzare al meglio prevedendo un’esposizione permanente attraverso la realizzazione di un progetto di allestimento ad hoc recentemente finanziato dal ministero. Sempre che alla fine non si decida che la collezione Leone debba restare a Lamezia.

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