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A una settimana dal Festival leggere & scrivere, il direttore del Sistema bibliotecario parla del suo rapporto con il territorio e del progetto culturale che sta portando avanti

Gilberto Floriani nel suo ufficio al Sbv
Interviste

Un alieno a Vibo. Gilberto Floriani, direttore del Sistema bibliotecario vibonese, è un po’ così, come il marziano a Roma di un famoso racconto satirico di Ennio Flaiano. Di origini venete ma nato ad Aosta, da più di 40 anni vive e lavora all’ombra del castello Normanno Svevo. Qui, nell’antico complesso di Santa Chiara, ha allestito uno dei poli culturali più fecondi della regione, con circa 100mila visitatori l’anno e 300 utenti fissi al giorno. Un progetto costruito atto su atto, determina su determina, donazione su donazione, interloquendo pazientemente con una politica che, soprattutto in passato, preferiva più spesso una serata a base di fileja al ragù di capra piuttosto che la presentazione di un libro o una mostra.

«Il ruolo delle istituzioni, però, è fondamentale - avverte Floriani - senza non si va da nessuna parte». Tradotto: senza soldi non si cantano messe, né si fa cultura.

«Sulla carta sono 21 i Comuni della provincia vibonese che fanno parte del Sistema bibliotecario e dovrebbero versare annualmente un contributo di circa 40 centesimi per abitante, ma non tutti pagano - spiega -. E sia chiaro, non si tratta di un obolo, piuttosto di un investimento a fronte del quale offriamo servizi per i cittadini, facciamo formazione, allestiamo iniziative culturali, andiamo nelle scuole cercando di coinvolgere i ragazzi».

Una parte delle entrate viene dalla Regione, nell’ambito dei fondi destinati al Sistema bibliotecario calabrese. Si tratta comunque di risorse risicate, che tengono il polo culturale di Santa Chiara continuamente sulla corda.

«Il pericolo di chiusura è sempre dietro l’angolo - continua Floriani -. Far quadrare i conti non è facile. Con il Comune capoluogo, proprietario dell’immobile, abbiamo una convenzione, ma dobbiamo pagare affitto, imposte locali, utenze e dipendenti (sette, ndr). A metterci in difficoltà sono anche i numerosi crediti che vantiamo da tempo nei confronti di alcuni enti. Tra tutti, la più indebitata con noi è sicuramente la Provincia. Una situazione che ci mette in grande affanno».

Floriani da decenni cammina su questo filo sospeso sul baratro del fallimento culturale di un territorio incapace di sfruttare al meglio le sue potenzialità. Eppure si sforza di vedere il bicchiere mezzo pieno. «Certo, a volte mi pesa dovermi concentrare sulla ricerca delle risorse piuttosto che occuparmi soltanto di cultura, ma ormai considero questo ruolo “amministrativo” inscindibile dall’altro - rimarca -. Piangersi addosso non serve a nulla, limitarsi a guardare indietro e rimpiangere il passato lo trovo estremamente deleterio, come deleteria è la retorica della Vibo giardino sul mare, una realtà che anche quando era attuale ha riguardato soltanto un ceto elitario. Meglio puntare sul presente e valorizzare ciò che abbiamo, prendendo coscienza delle straordinarie possibilità a disposizione». Una lista di cose - dalle risorse paesaggistiche al patrimonio archeologico, dalle imprese di successo ai giovani amministratori ritenuti più illuminati della vecchia classe dirigente - che ha messo in fila su Facebook, in un post che ha fatto il pieno di like ma ha sollevato anche qualche perplessità.

«Tra le cose che apprezzo di più di questa città - spiega - è che sia ancora a dimensione d’uomo, che ti consenta di uscire e incontrare chi conosci, di scambiare quattro chiacchiere. Un pregio che però spesso sfocia nel provincialismo culturale, che rappresenta un freno all’innovazione e alla crescita. Ciò che manca è soprattutto una visione del futuro, anche nel campo dei beni culturali. Pensiamo, ad esempio, a quello che dovrebbe essere il parco archeologico urbano, nel quartiere di Santa Aloe… io vedo soprattutto rovi ed erbacce, non mi sembra che per ora si stia facendo molto per valorizzare questi reperti. Insomma, occorre un dibattito serio tra persone serie per cercare di costruire il futuro di questa città».

Nella consapevolezza di questo deficit di immaginazione, ci sono anche le motivazioni che hanno decretato la nascita di un grande evento, che per diversi giorni catalizza l’attenzione di pubblico e media: il Tropea festival leggere & scrivere, che lunedì 9 ottobre aprirà i battenti a Palazzo Gagliardi. Giunto alla quinta edizione, la kermesse rappresenta al meglio la visione culturale di Floriani. «Anche se il merito del suo successo è di tutta la squadra - precisa -, a cominciare da Maria Teresa Marzano che ne è il direttore artistico. Anno dopo anno si è creata un’importante rete di rapporti a livello nazionale, ad esempio con le case editrici, che ci aiuta nell’allestimento delle nuove edizioni. Il vero miracolo di questo festival è riuscire a organizzare un appuntamento così importante con un budget di appena 100mila euro».

Fondi regionali di origine comunitaria che possono anche sembrare tanti, persino troppi, a chi è impegnato a mettere insieme il pranzo con la cena, ma che sono briciole rispetto all’impatto che manifestazioni di questo tipo hanno sulla crescita culturale del territorio.

«La nostra forza - conclude - è principalmente nella passione che mettiamo in quello che facciamo. Se per mancanza di fondi il polo di Santa Chiara fosse costretto a chiudere, ho il sospetto che non accadrebbe nulla e noi semplicemente spariremmo. In un attimo. La nostra unica assicurazione, dunque, sono la qualità del nostro lavoro e i risultati che siamo capaci di conseguire».

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