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Che festa vogliamo che sia questa nella nostra terra? Uno stanco rito che si trascina da secoli sempre uguale a se stesso o una ricorrenza che ci interroghi e faccia riflettere? Auguriamoci una Pasqua che vada oltre il 16 aprile, dalla quale possa nascere un moto di speranza per immaginare una realtà diversa

L'editoriale

Passata la festa, messa da parte la contrizione più o meno autentica, la fede solo ostentata o quella più sincera, i riti accorati e la pietas popolare, le cronache locali potranno tornare a snocciolare il mesto rosario quotidiano fatto di violenza, arroganza e sopraffazioni, in un territorio che fa i conti con una “passione” perenne nella quale ancora non s’intravede il rito salvifico della “resurrezione”.

Lo sappiamo. Abitiamo una terra di belle speranze: baciata dal sole, benedetta dal mare, dalle sue verdi alture. Nella quale però vivere, lavorare, realizzarsi, è sempre più un’impresa quotidiana. Fa venire i brividi la testimonianza del manager turistico Gianni Imparato, campano trapiantato a Tropea che ha dovuto ben presto fare i conti con chi vuol dettare a tutti i costi la sua legge. Fa venire i brividi e interroga. «Non sono un eroe - ha detto denunciando l’ennesima intimidazione subita -, ho fatto il mio dovere. Anche perché a che serve sopravvivere? Io voglio vivere… e con la schiena dritta». Parole di una potenza non comune che, tuttavia, non sembrano scuotere poi più di tanto le coscienze.

E fa ancora più impressione la reazione di un altro imprenditore, il socio della Cooper Poro di Rombiolo che di fronte alla cinquantesima intimidazione subita dalla sua azienda, sembra sul punto di gettare la spugna e arrendersi a chi vuole appropriarsi a tutti i costi del frutto del suo lavoro. «Invidio chi ha avuto il coraggio di andarsene da qui» ha affermato in un momento di puro sconforto, salvo poi riaversi ed aggiungere: «Noi però restiamo e, nonostante tutto, resistiamo».

E allora che Pasqua vogliamo che sia questa nella nostra terra? Uno stanco rito che si trascina da secoli sempre uguale a se stesso o una ricorrenza che ci interroghi e faccia riflettere? Auguriamoci una Pasqua che vada oltre il 16 aprile, dalla quale possa nascere un moto di speranza per immaginare una realtà diversa. Una realtà in cui ciascuno trovi in sé la forza di cambiare le cose, l’orgoglio di uscire dall’arretratezza e il coraggio di ribellarsi alla sopraffazione.

Buona Pasqua di Speranza a tutti.

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