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Eppure notizie ed accadimenti importanti ne succedono con frequenza, sovente sono anche delicati ma l’indifferenza o la connivenza, fanno sì che tutto passi inosservato o nel dimenticatoio, per non turbare l’amico, il vicino, il cugino o chi ci ha fatto o deve fare un favore

Il Cor(ro)sivo

Hai contezza che qualcosa non vada dalla nullità delle cose di cui si parla e racconta al bar o ai tavolini dei social, dalle tempeste nei bicchieri d’acqua scatenate da “racabumbuli” con tanto tempo libero. Eppure notizie ed accadimenti importanti ne succedono con frequenza, sovente sono anche delicati ma l’indifferenza o la connivenza, fanno sì che tutto passi inosservato o nel dimenticatoio, per non turbare l’amico, il vicino, il cugino o chi ci ha fatto o deve fare un favore. 

La triste polemica di questi giorni vede al centro del dibattito appassionato e sterile uno scontrino fiscale dalla ragguardevole cifra di 3 euro e 60 centesimi. Chi punta il dito accusa come due caffè siano stati pagati 1 euro e 80 cadauno, omettendo però che in quell’euro e 80 euro magari si era pappato anche un “lievito” ovverosia un cornetto, o forse consumato un marocchino o uno di quei caffè elaborati che riempie come un cappuccino ma ha il nome lungo quanto un’astronave spaziale parcheggiata nel cortile condominiale e non entra nello scontrino.

Nella quotidiana guerra di tutti contro tutti, screditare, additare, infangare è lo sport nazionale, discipline che se fossero olimpiche ci vedrebbero primeggiare su più blasonati e ricchi paesi. Non riesco a mettermi nei panni del “racabumbuli” che abbia scatenato tale polemica, forse pretendeva la consumazione gratuita, altrimenti non si spiega come una persona con almeno due dita di fronte abbia avuto interesse a scatenare ed alimentare simile porcheria. Forse un barista concorrente? 

Che si possa incorrere in granchi e crostacei può accadere, ma che succeda con una certa frequenza dovrebbe far riflettere. Come dovrebbe far riflettere il silenzio tombale intorno a determinate notizie. La perdita definitiva dei finanziamenti per la riqualificazione dello scalo portuale di Vibo Marina, bocciato per carenza della necessaria documentazione al progetto presentato da Vibo Sviluppo, Comune e Camera di Commercio. Incompleti gli elaborati, con in più la spada di Damocle di una cartella esattoriale di 1,6 milioni di euro di cui il Consiglio di Stato deciderà ad ottobre se si dovrà restituire o meno la cifra al Mise. 

Mario Brega direbbe a chi ha elaborato il progetto, come in Un sacco bello di Carlo Verdone: “Santa Madonna, manco le basi del mestiere te ricordi …” pochi commenti, poco rumore, come poco interesse destano i fatti relativi sempre al porto delle nebbie ove pare si consumino oscure manovre ed intrecci malavitosi che ne impediscano un decollo ed uno sfruttamento che abbia e dia ricadute all’intero territorio e non solo al solito circolo di amici di merenda da gita in barca domenicale. 

Mafia, partitocrazia, sindacati, massoneria deviata, burocrazia infedele, interessi spiccioli a danno della collettività. Io ti voto, tu mi dai il permesso a costruire o mi aggiusti il piano regolatore o mi sani un abuso edilizio, i mezzi movimento terra sono della malandrineria e li facciamo lavorare, magari se mi fai asfaltare sotto casa poi ti tinteggio casa, se gli dai la consulenza a mio figlio poi ti rifornisco gratuitamente di miei prodotti, e se poi a me funzionario del Comune o della Provincia o della Regione, mi beccano con le mani nella marmellata, i sindacati mi tutelano e difendono e vinco pure la causa, dopo trent’anni magari, ma la vinco. 

A cappello del tutto, una magistratura ingolfata di pratiche e querele di un popolo litigioso, in perenne sotto organico per volere della politica che la mette nelle condizioni di non nuocere, con elementi, scoperti nel tempo, vendutisi per un piatto di lenticchie, le prescrizioni sono all'ordine del giorno più per i processi troppo lunghi, che per le prescrizioni troppo brevi, le pratiche insabbiate pure, le fette di formaggio nei faldoni anche, così come quelli che spariscono proprio. 

Non ci vuole poi il famoso cuggino di Elio e le Storie tese, ma basta magari un amico dell’amico in una qualsiasi Prefettura per rimediare da Pantelleria ad Aosta, con una piccola lubrificazione di 5 euri a “capo di bestiame”, per rientrare tra le strutture turistiche che ospitano gli immigrati, e senza dare di manicola. Giro completo, visto anche che Polizia e Carabinieri non hanno risorse e mezzi per un controllo capillare del territorio. E non parliamo della cultura, la quale per leit motiv non da mai pane, figuriamoci i rustici, ma non è sempre vero. “Piccolo paese, grande inferno” com’è prassi consolidata darsi premi a vicenda con i pretesti più svariati. Ho letto da qualche parte, un pregevole intervento “Credo che sia una specie di patto tacito: io riconosco un valore a te purché tu lo riconosca a me, anche se entrambi non valiamo nulla e lo sappiamo benissimo. Ci sono tanti modi per sopravvivere, questo non è nemmeno il peggiore considerato che ad ogni premiazione che si rispetti segue ricco buffet”.

Ecco, dateci almeno il buffet visto che ormai vi siete pappati il meglio! Questa è la provincia italiana, questa è l’Italia e quando si parla di Vibo Valentia e della relativa Marina altro non è che la rappresentazione esatta in piccolo, per dimensioni, ma non per varietà, del malcostume e del malaffare del bel Paese. 

Basta leggere i giornali e basta capire che quando escono certi nomi o si toccano determinati ambienti, su Facebook, sui giornali e sui siti vige il coprifuoco, nessuno dice nulla per non turbare l'amico, il parente il cugino, il vicino o il “guappo di cartone” di turno. Ci si cela dietro la privacy di sigle e nomi puntati. Arrivo mio malgrado alla conclusione che ci meritiamo questo mare di merda, perché oltre ad essere vigliacchi in questo paese che ama screditare già con un semplice caffè, per poter dar valore alla sua figura misera, siamo pure ipocriti. Quando dico che Vibo Marina è solo un'ottima ma inutile scenografia per fare belle foto di tramonti, non dico cazzate. 

Del resto sulla città regna sovrano il caos non solo nella gestione dell’ordinario da parte di una deludente amministrazione Costa, ma anche per quanto riguarda il proprio simbolo. Dal balcone del Municipio sventola una bandiera col blasone della Città di Vibo Valentia sormontato da una corona comitale, mentre dovrebbe in realtà essere reale, come dire, parecchi gradini in basso nella gerarchia nobiliare, metafora di quando Vibo Valentia era “Municipio Nobile” per riprendere le parole di Cicerone, mentre ora è ridotta ad anonimo e mesto paesello di provincia.

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