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Si riaccendono i riflettori sul porto di Vibo Marina e sulla necessità di una sua ripresa. Molti degli interventi registratisi nella recente tavola rotonda organizzata dal Pd, hanno posto l’accento sul ruolo che storicamente scalo vibonese ha rappresentato per l’intera Calabria

Il porto in un'immagine d'epoca
Storia e memoria

In età moderna, tralasciando quindi l’importanza del porto greco-romano ubicato nei pressi dell’odierna località Trainiti, il Porto di Santa Venera è stato a lungo uno dei pochi approdi che si potevano incontrare lungo le interminabili coste calabresi, per secoli disabitate a causa delle incursioni saracene e della malaria. 

All’indomani del disastroso terremoto del 1783, che fu il sisma più catastrofico che colpì la nostra regione, il governo del Regno di Napoli aveva assegnato ad uno dei suoi uomini migliori, Giuseppe Maria Galanti, la missione di visitare la Calabria.

Tra le sue relazioni all’ammiraglio Acton, ministro della Marina del Regno di Napoli, vi è quella del 27 febbraio 1793: “Tra il fiume Trainiti ed il Pizzo - così scriveva Galanti - li genovesi hanno scoperto un luogo assai adatto al porto, oggi Santa Venera. Il luogo merita attenzione. Qui nell’inverno passato si salvarono da una forte burrasca cinque bastimenti. Si assicura che con 15 o 20mila ducati si potrebbe costruire un ottimo porto capace di moltissimi bastimenti”.

Scartate per opposte ragioni Reggio, Scilla e Paola, una lunga disputa, durata oltre 60 anni, oppose Tropea da una parte e Monteleone e Pizzo dall’altra. Dopo una miriade di relazioni, perizie, piante, fatte da innumerevoli commissioni, il Re di Napoli decreterà, in data 21.9.1858 la costruzione del porto scegliendo Santa Venera fra altre più blasonate pretendenti, tra cui, appunto, Tropea, Pizzo, Scilla, Paola, Reggio.

Il luogo merita attenzione”, scriveva quindi il Galanti e se il Re di Napoli, che si fidava ciecamente del suo consigliere, aveva deciso di costruire proprio in questo luogo il più importante porto tra Napoli e Messina non è inverosimile supporre che, nei progetti del governo borbonico, oggi forse a torto tanto vituperato, la rada di Santa Venera era stata individuata come un’area su cui puntare per uno sviluppo più generale del territorio.

Ma non ce ne fu il tempo. Il Regno delle Due Sicilie era ormai all’epilogo per cui non ci fu la possibilità di realizzare il grande porto pensato dal Galanti. Tuttavia il governo italiano post-unitario, riconoscendole valide, fece sue le intuizioni del Galanti e vennero finalmente avviati i lavori per la costruzione del porto che venne inaugurato nel 1865. Intorno al porto di Santa Venera, così fortemente sostenuto dal Galanti sin dall’inizio, nel tempo si svilupperà un importante centro costiero che ancora attende un adeguato riconoscimento della sua importanza.

E’ per tutto questo che Giuseppe Maria Galanti può forse essere considerato, idealmente, il padre fondatore di Vibo Marina e non sarebbe fuori luogo se a questo importante personaggio, che ha recitato un importante ruolo nella nostra storia, venisse intitolata una via o una piazza di Vibo Marina. Durante il secondo conflitto mondiale, il porto venne ripetutamente preso di mira dai bombardieri anglo-americani a causa della sua posizione strategica. Inoltre, esattamente 74 anni fa, si registrò un avvenimento di notevole importanza nella storia militare. Nella notte tra il 7 e l’8 settembre del 1943, gli Alleati effettuano uno sbarco “at Port S. Venera, near Pizzo” con l’intento di tagliare la ritirata alle truppe tedesche. Ne scaturì una sanguinosissima battaglia, con diverse centinaia di morti, che può essere senza dubbio classificata come la più importante battaglia combattuta in Calabria durante la seconda guerra mondiale.

Un porto, quindi, ricco di storia. Rimangono tutti da scoprire i motivi che hanno determinato il suo lento declino collocandolo in una situazione di marginalità rispetto agli altri porti calabresi, nati dopo di esso, nonostante fosse partito da una situazione di vantaggio. La vocazione di un porto è senza dubbio determinata dall’economia del territorio in cui esso è inserito e ci fu un periodo in cui sembrò che per il nostro porto stesse per aprirsi una fase di grande sviluppo commerciale. A cavallo degli anni ‘60 - ‘70 iniziò il sogno industriale di Vibo Marina. Alla già esistente cementeria si aggiunsero infatti importanti insediamenti industriali del gruppo Eni (Nuovo Pignone, Snam Progetti) oltre a diverse strutture produttive come la Cgr nel settore della chimica e La Saima, industria di mattonelle e affini.

Ma appena dieci anni dopo il sogno industriale era già svanito in un miraggio e iniziava un lento ma inesorabile declino industriale. Il porto di Vibo Marina, che in quegli anni aveva registrato un apprezzabile incremento del traffico commerciale, lasciato privo di interventi di ammodernamento e ampliamento, lasciava da parte ogni velleità di sviluppo limitandosi ad ospitare distaccamenti militari e petroliere per lo stoccaggio di idrocarburi. In presenza quindi di una deindustrializzazione del territorio, come quella registratasi negli ultimi decenni, è giocoforza mettere in campo idee alternative e tentare di inventarsi qualcos’altro per il rilancio del porto.

L’auspicio è che la nuova Autorità Portuale sappia guardare con lungimiranza al futuro dell’importante infrastruttura intervenendo con azioni mirate e avendo in mente precise linee di sviluppo. Affermare, infatti, che il porto è “polifunzionale”, significa dire nulla, rimanere nel vago, in quanto quasi tutti i porti lo sono ma ognuno ha una sua peculiarità. Il vero nocciolo del problema è saper scoprire una precisa vocazione e azionare tutte le leve per farla diventare realtà.

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