Il depuratore di Vibo “perde” un milione di euro l’anno da quando fa parte del Corap

Secondo il revisore unico del consorzio, quando ancora esisteva l’Asi l’impianto vibonese era considerato «il fiore all’occhiello della Calabria» e se valorizzato potrebbe produrre molto di più in termini di profitti economici
Secondo il revisore unico del consorzio, quando ancora esisteva l’Asi l’impianto vibonese era considerato «il fiore all’occhiello della Calabria» e se valorizzato potrebbe produrre molto di più in termini di profitti economici
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Qualche settimana fa, in piena estate, il depuratore vibonese del Corap ha rischiato un disastroso stop per la mancanza dei reagenti, sostanze chimiche che consentono i processi dell’impianto, e ancora oggi la spada di Damocle del blocco improvviso pende minacciosa. Eppure, fino a qualche anno fa l’impianto di Porto Salvo era considerato «il fiore all’occhiello dell’intera Calabria». È quanto sostiene il revisore unico del Consorzio, Sergio Tempo, che nella sua ultima relazione ha suggerito una precisa strategia industriale per consentire il salvataggio del consorzio, ormai in default a causa di debiti per oltre 90 milioni di euro a fronte di crediti con non riesce a riscuotere per circa 50 milioni.

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Una situazione che, com’è noto, ha determinato il fallimento di fatto del Corap, nato nel 2016 dalla fusione delle Asi su base provinciale, compresa quella di Vibo. All’orizzonte si prospetta la liquidazione, procedura piena di incognite che potrebbe determinare il licenziamento dei circa 100 dipendenti, il dilapidamento del patrimonio miliardario di immobili e infrastrutture (come gli impianti di depurazione, appunto) e la mancata soddisfazione dei creditori. Una situazione estremamente complessa che è diventata l’emblema del fallimento della politica calabrese.

Dal canto suo, sono anni che Tempo nuota controcorrente cercando di risalire il flusso delle perdite che hanno condannato il Corap, e sono anni che la Regione non lo ascolta e reagisce con fastidio alle sue reiterate denunce. Questa volta, però, il revisore unico che, ha il compito di vigilare sui conti, non si limita a mettere in evidenza le responsabilità, puntando il dito contro l’immobilismo del presidente Mario Oliverio e dei commissari straordinari, nominati dallo stesso governatore, che si sono succeduti alla guida del consorzio, ma fornisce anche la ricetta che, a suo dire, consentirebbe al Corap di tirarsi fuori dalle secche del fallimento e ripartire. Dopo aver ribadito che la soluzione non può essere la liquidazione coatta amministrativa – «che avrebbe il solo scopo di nascondere il fallimento di un progetto per il quale la politica non ha prestato le dovute attenzioni» -, Tempo indica i rami secchi da tagliare e le potenzialità da valorizzare. Tra queste ultime indica proprio il depuratore di Vibo.

«Investendo poche migliaia di euro (non oltre 40mila) – scrive nella sua relazione -, l’impianto potrebbe garantire almeno 800mila euro (stima molto prudenziale) in più rispetto a quelli già prodotti». La riprova sarebbe nei bilanci della ex Asi, «dai quali si evince che il servizio di depurazione produceva ricavi di oltre 2,8 milioni di euro, contro 1,9 milioni di euro prodotti durante la gestione Corap». In soldoni, quindi, l’accorpamento del 2016 – quando Oliverio emanò il decreto che diede seguito alla legge del 2013 (giunta Scopelliti) per la fusione delle cinque aree di sviluppo industriale su base provinciale – avrebbe causato una perdita di profitti di circa un milione di euro l’anno. Risorse che secondo il revisore unico potrebbero essere recuperate valorizzando al meglio l’impianto esistente.

Discorso a parte, invece, per il depuratore di Gioia Tauro, dato in concessione a una società privata. «Nei primi mesi dell’anno 2020 – spiega -, arriverà a scadenza la concessione stipulata con la Iam Spa per la gestione degli impianti di depurazione e le reti fognarie ubicati negli agglomerati industriali di Reggio Calabria e di Gioia Tauro, di proprietà del Corap. I ricavi che la Iam Spa ha prodotto superano i 15/16 milioni di euro annui. Attualmente, il canone di concessione mensile è di 30mila euro, per un introito annuo per il Corap di 360mila euro euro. Ipotizzando una gestione diretta del Corap, si potrebbe in modo prudenziale stimare un maggiore risultato economico positivo di almeno 2,5/3 mln annui. Inoltre, si avrebbe un discreto incremento occupazionale». In alternativa, il rinnovo della concessione alla Iam dovrebbe essere rivista al rialzo, al fine di garantire un incasso «di almeno un milione di euro annui».

Un piano che potrebbe funzionare, se ci fosse una Regione in grado di agire con autorevolezza e giudizio, la stessa Regione però che sino ad oggi ha lasciato che tutto andasse in malora, accorgendosi del problema soltanto quando la casa era ormai in fiamme. «I problemi di gravissimo squilibrio economico, patrimoniale e finanziario – conclude amaramente Tempo – sono da attribuire in larga parte a una scellerata azione politica degli ultimi cinque anni. Adesso, a pochissimi mesi dalle elezioni, affidare la risoluzione del problema a chi ne è stato la causa appare come la medicina che fa più danni della malattia».