Il commento | Il voto a Vibo e quella terribile sensazione che nulla cambierà

Mark Twain scriveva: «Se votare servisse a cambiare qualcosa, non ce lo farebbero fare». E allora perché il cittadino accorda fiducia a chi ha già dimostrato di non meritarla?

Mark Twain scriveva: «Se votare servisse a cambiare qualcosa, non ce lo farebbero fare». E allora perché il cittadino accorda fiducia a chi ha già dimostrato di non meritarla?

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Mark Twain scriveva: «Se votare servisse a cambiare qualcosa, non ce lo farebbero fare». A giudicare dalla composizione del nuovo consiglio comunale, forse l’aforisma del grande scrittore americano è pienamente azzeccato: 14 riconferme e un po’ di restyling rappresentato dalle new entry che non sposta di molto la struttura portante della maggioranza, rimasta più o meno uguale a quella precedente. Come nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, hanno capito che per restare al potere dovevano far finta di cambiare tutto per non cambiare nulla. I “nuovamente eletti” cosa faranno che non avrebbero dovuto già fare? Magari dovrebbero chiedere scusa ai cittadini per il danno forse irreparabile che hanno procurato in tutti questi anni di pessima gestione della cosa pubblica. In fondo gli elettori vibonesi si sono comportati come quei tifosi che, vedendo la loro squadra navigare nelle zone basse della classifica, credono che un cambio dell’allenatore possa far risalire la classifica salvando la squadra dalla retrocessione, ma quasi sempre ciò non avviene in quanto le cause dei deludenti risultati hanno origini più profonde e riguardano non solo l’allenatore ma anche i giocatori, la dirigenza e forse la città nel suo complesso. 

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È una democrazia che di democratico non ha nulla, è la democrazia rappresentativa che non rappresenta più nessuno. È un sistema di oligarchie ben organizzato che impedisce qualsiasi tentativo di cambiamento proveniente dal basso: ad ogni elezione ecco che il “sistema” si mette in moto spostando pacchetti di voti con una facilità disarmante e il popolo non viene sottomesso, ma si auto-sottomette. Si potrebbe quindi concludere che le elezioni non servono a nulla per quel che riguarda i cittadini, mentre servono moltissimo ai politici che le vincono, perché saranno loro poi a gestire il potere. C’è però un passaggio mancante, ed è questo: se è vero che le elezioni non servono al cittadino ma servono al politico per arrivare a gestire il potere, perché il cittadino vota quel politico? Anche qui la risposta è semplice: il cittadino vota quel politico perché crede che quel politico farà qualcosa di buono per lui. Ma votare, in un modo o in un altro, non sposta di molto la situazione se dietro al voto non c’è un impegno concreto e costante verso il cambiamento, personale e complessivo, che duri trecentosessantacinque giorni all’anno senza aspettare solo il momento di fare una croce su di una scheda.