LA RIFLESSIONE | “La felicità è autentica solo se condivisa”

La visione del celebre film “Into the wild”, promossa nei giorni scorsi a Maierato, ha offerto alla psicoterapeuta Paola Giacco l’occasione per una approfondita lettura del senso relazionale della vita. «Ognuno di noi - ha spiegato - non è fatto per rispondere alle aspettative dell’altro, ma per essere se stesso, con l’altro»

La visione del celebre film “Into the wild”, promossa nei giorni scorsi a Maierato, ha offerto alla psicoterapeuta Paola Giacco l’occasione per una approfondita lettura del senso relazionale della vita. «Ognuno di noi - ha spiegato - non è fatto per rispondere alle aspettative dell’altro, ma per essere se stesso, con l’altro»

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Una suggestiva immagine tratta dal film
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Il senso relazionale della vita, il modo di entrare il relazione con l’altro, apre ad una riflessione sull’autenticità del proprio Sé. È attraverso le “relazioni” che scopriamo noi stessi; è attraverso l’altro che si può arrivare a “sentirsi”. L’altro, potenzialmente ha la capacità di rispecchiarci per quello che siamo o per quello che non siamo. 

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È questa la considerazione della psicologa e psicoterapeuta Paola Giacco suscitata da “Into the wild – Nelle terre selvagge”, film del 2007 scritto e diretto da Sean Penn, proiettato nei giorni scorsi al Centro di aggregazione sociale “Sentieri sicuri” di Maierato nell’ambito della rassegna “Una serata al cinema”, su iniziativa dell’associazione Over 50, dello Sporting Club e dello stesso Cas diretto proprio dalla Giacco. Cineforum, promosso dall’avvocato Domenico Servello e sostenuto dall’amministrazione comunale, al quale hanno preso parte numerosi spettatori provenienti anche da fuori provincia.   

«Il film – spiega la Giacco – apre uno spaccato proprio su quella che è una crisi esistenziale, di un giovane ragazzo di 22 anni, alle porte dell’autonomia, alla fine di un percorso di studi. Crisi, che potrebbe potenzialmente colpire ciascuno di noi, in un dato momento della vita, quando ci si trova di fronte a nuove scelte da affrontare indotte da eventi che sentiamo di aver “subito” piuttosto che” voluto” (momenti di malattia, lutto, perdita di un legame, la fine di un ciclo di vita: studi, nascita di un figlio). La crisi esistenziale non è altro che una lotta tra Falso Sé e Vero Sé. Il crollo del Falso Sé è: il non sentirsi più, il non sapere chi siamo e/o cosa vogliamo, il non ritrovarsi più in uno stile precedente, il non trovare uno stile che ci appartiene; è un perdersi, è un non sentire più l’autenticità delle relazioni di base, è non sentire più l’altro; è avere paura dell’altro visto come “persona” da temere e quindi in maniera consequenziale, da “evitare”». 

Intanto, a questo punto, sostiene ancora l’esperta, «è importante esplicitare la differenza tra Vero Sé e Falso Sè. Il vero se è ciò che noi sentiamo di essere, le passioni, le idee, le aspirazioni. Tutto ciò che rimanda alla nostra unicità e ci contraddistingue in un senso del “volere” e non del “dovere”. Il Falso Sè invece è tutto ciò che noi siamo per rispecchiare e compiacere ciò che gli altri hanno voluto vedere in noi (esempio: i genitori). Dove si costruisce il Se’? All’interno delle relazioni familiari. Prendo in prestito delle parole che sentirete nel film e che sono esplicative di quello che vorrei farvi capire: “Vedo mio padre arenaria ocra…, vedo mia madre con dei libri insignificanti accanto… stanno per laurearsi; sono ragazzi, sono stupidi. Tutto ciò che sanno e che sono innocenti e che non farebbero del male a nessuno. Voglio andare da loro e dire: Fermi! Non fatelo. Lei è la donna sbagliata, lui è l’uomo sbagliato. Farete cose che mai pensavate di poter fare, farete del male ai figli, soffrirete in maniera indicibile, vi augurerete di morire. Voglio andare da loro in quella luce di maggio… e dirglielo… ma non lo faccio. Voglio vivere”». 

Altro aspetto rimarcato da Paola Giacco: «I rapporti all’interno della coppia genitoriale possono arrivare ad essere cosi conflittuali, quando si basano sull’idealizzazione dell’altro, su ciò che vogliamo che l’altro sia per noi , sulla mancanza di una autonomia personale, sulla responsabilizzazione dell’altro visto come causa di fallimenti o tradimenti. Quando si arriva a questo grado di conflittualità, si è talmente concentrati sulla paura di perdere l’ altro (compagno/compagna) e sulla difficoltà a separarsi , che i figli sono quelli che ne pagano le conseguenze. Molta dell’ attenzione dei genitori viene spostata sui figli, e sulla realizzazione degli stessi non per quello che realmente esprimono e sentono ma per quello che diventa “l’idea” di un genitore che si “confonde”. Un figlio quindi, per rispondere ad un desiderio genitoriale, e compensare un dolore che avverte proveniente da una relazione di coppia, finisce per rispondere alle aspettative degli stessi genitori, costruendosi un Falso Sé. Le relazioni che si andranno a costruire attraverso il “Falso Sé”, non si baseranno sulla libertà di essere ed esistere, perché si è incapaci di sentire un proprio bisogno, ma si baseranno sul riconoscere e soddisfare il bisogno dell’altro». 

Approfondendo: «Quando subentra la crisi, insieme alla rottura del Falso Sè, si perde anche la capacità di relazionarsi con l’altro. Subentra una fase di ritiro sociale, dove si disinveste dalle relazioni, e può essere caratterizzato da periodi più, o meno lunghi, dove si cerca di rimettere i “pezzi” in ordine e ritrovarsi. Questo può avvenire rifugiandosi in tante cose: droga, alcol, letture, lavoro. È una fase caratterizzata dall’evitare di entrare in relazione con l’altro, perché l’altro diventa “spaventante”. Entrare in relazione con l’altro significa, potenzialmente perdersi , confondersi, rientrare in quello stato di non autenticità. Questo succede al protagonista del film. In una ribellione che genera angoscia e rabbia nella famiglia, Chris. (che cambia nome, alla ricerca di una nuova identità), inizia una fuga “estrema” alla ricerca del suo Vero Sé. Nel viaggio di riscoperta (che il padre identifica come “vita sospesa”), ha modo di conoscere molte persone (che conducono una vita maggiormente rispondente ai propri bisogni e quindi maggiormente in accordo con se stessi). Le relazioni che instaura in questi incontri occasionali (a livello amicale, familiare e sentimentale) sono per lui un opportunità di appartenere in maniera differente a se stesso, entrando in relazione autentica con l’altro e avendo la possibilità di ritrovarsi e di “rientrare” nel mondo in modo differente». 

Ma Chris (il protagonista del film, interpretato da un intenso Emile Hirsch) «non si ferma a cogliere queste opportunità, che gli restituiscono il suo Vero Sè; non riesce a “ritrovarsi” nella relazione. Questo meccanismo è rappresentativo di quello che può capitare a ciascuno di noi, quando evitiamo la relazione. E perché comunque sentiamo i confini dentro di noi sono labili. Chris, fa una scelta estrema, quello di ritrovare se stesso da solo nella natura. Nel sogno dell’autarchia, dell’uomo che vuole bastare a se stesso, ne rimane intrappolato. Si perde in se stesso alla ricerca della sua dimensione (Into the wilde). Alla fine il protagonista del film, si ritrova, ma non trova la strada per ritornare nel mondo, in relazione con l’altro. E a volte non c’è un ritorno; se si è andati troppo oltre, si rimane intrappolati in se stessi “Ci sono persone convinte di non meritare l’amore. Si allontanano in silenzio… dentro spazi vuoti”». 

Giacco conclude: «La nostra proposta attraverso il film ha voluto essere quella di riflettere sull’importanza fondamentale delle relazioni autentiche (all’interno della famiglia, tra compagno e compagna, tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra amici) dove per relazioni autentiche intendiamo quelle che ci restituiscono il nostro vero se; di chi ci ama per ciò che siamo e non per quelle che sono le aspettative, i sogni, i desideri di qualcun altro. Ognuno di noi non è fatto per rispondere alle aspettative dell’altro, ma per essere se stesso, con l’altro».