«Trecentomila cinghiali in Calabria? Ma chi li ha contati?»

Il responsabile conservazione del Wwf di Vibo Valentia, Pino Paolillo, contesta la ricostruzione di Coldiretti e spiega: «Bisogna fornire dati attendibili»
Il responsabile conservazione del Wwf di Vibo Valentia, Pino Paolillo, contesta la ricostruzione di Coldiretti e spiega: «Bisogna fornire dati attendibili»
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di Pino Paolillo*

Quando sento parlare di cinghiali non posso fare a meno di pensare a quando i vecchi dischi in vinile si incantavano, per cui anche io sono costretto a premettere, per l’ennesima volta e a scanso di equivoci, che la protesta degli agricoltori per i danni subiti è sacrosanta, ma la soluzione (ri)proposta è fallimentare, e non potrebbe essere altrimenti. Mi chiedo anzi se si vuole veramente cercare di attenuare il problema o se invece si preferisce andare avanti così all’infinito, illudendosi di accontentare contemporaneamente sia le vittime della presenza degli ungulati (gli agricoltori) sia coloro, i cacciatori, che dalla stessa presenza hanno tutto da guadagnarci, e alla quale, per motivi che dovrebbero sembrare ovvi, non potrebbero mai rinunciare. [Continua]

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Un branco di cinghiali

Riassunto delle puntate precedenti: fino a una quindicina di anni fa, approssimativamente, il problema dei cinghiali non c’era, semplicemente perché non c’erano cinghiali, tranne alcune zone limitate della regione. Poi a qualcuno è venuta la geniale idea di “lanciare” gli ungulati, forse per invidia nei confronti dei cacciatori toscani e magari confidando in attività più redditizie sotto forma di cosciotti e costate da arrostire a domicilio o nelle sagre paesane. Il tutto con la benedizione di politici compiacenti e più interessati a non scontentare la categoria venatoria che al destino di orti e vigneti.

Fu così che nel giro di dieci anni (dati 2004-2014), in Calabria i cacciatori di cinghiali sono passati da 1400 a 14.000. In natura, se aumentano i predatori, le prede diminuiscono, fino a raggiungere un equilibrio dinamico tra preda e predatore. Nel nostro caso invece, trattandosi di immissioni artificiali (anche “non autorizzate, difficili da controllare”), foraggiamenti estivi prima dell’apertura per trattenere i cinghiali nella propria zona, un’anarchia gestionale finalizzata alla massimizzazione dei carnieri, la situazione è sfuggita di mano, fino alla diffusione del suino sul territorio.

Se si vuole però affrontare un problema, specie complesso come questo, bisogna per prima cosa avere a disposizione dei dati attendibili, senza i quali non si può pensare ad una strategia efficace. Ripeto anche qui: quando si sostiene che in Calabria “ci sono 300.000 cinghiali” (e non trentamila o tre milioni), bisogna specificare chi li ha contati (cosa impossibile per il cinghiale), quando, con quali metodi e come sono suddivisi per i vari ambiti territoriali, altrimenti è una cifra campata in aria.

Sele-controllore cinghiali
Un “sele-controllore”

Inoltre, quando si forniscono delle informazioni alla stampa, sarebbe auspicabile una maggiore precisione, in quanto: non è assolutamente vero, come sostiene Coldiretti, che “il cinghiale non ha nessun antagonista in natura”, essendo noto, al contrario, che il lupo è un attivo predatore di giovani, di scrofe e di individui ammalati, contribuendo, bene o male, alla limitazione della popolazione di ungulati.

Non è assolutamente vero che la Regione ha stabilito “un tetto di 3500 capi da abbattere durante la stagione di caccia” (che, tra parentesi, non si apre a settembre, come erroneamente afferma Coldiretti, ma a ottobre, in base alla legge nazionale e al calendario regionale). E’ il caso di ricordare che durante la stagione venatoria non esiste alcun limite al numero totale di cinghiali da abbattere: l’unico “limite” è quello di venti capi per ogni giornata di caccia e per squadra. Tanto è vero che nella stagione venatoria 2013/14 sono stati abbattuti, almeno quelli “ufficiali”, 13.500 capi, che si sono ridotti a 6.059 nel 2016/17. Per le due annate precedenti i dati non sono stati neppure forniti…

Il numero di “3500 cinghiali da abbattere” indicato da Coldiretti (per la precisione: 3375) si riferisce invece ai piani previsti dalla Regione per le attività dei cacciatori “di selezione”, che operano in periodo di caccia chiusa per gli anni 2016/17 (con soli 384 abbattuti, pari appena all’11% del totale programmato!) e 2018. Si tratta di piani “copia e incolla” che la Regione ha proposto di anno in anno, così, “a prescindere”, come diceva Totò.

Dopo lustri di continui fallimenti sarebbe allora il caso di ricorrere a soluzioni, che pure sono state avanzate dal settore agricolo, ma la cui attuazione è rimasta purtroppo nell’ambito delle pie intenzioni. Se fin dall’inizio si fosse concentrato l’impegno sulle strategie di prevenzione del danno piuttosto che sui risarcimenti, sugli incentivi alle aziende per tutelare le colture con appositi sistemi elettrici o metallici di protezione, se si fossero adoperati i recinti di cattura, sia fissi che mobili, probabilmente non staremmo qui a rincorrere in eterno quel cinghiale che, come ormai dimostrato scientificamente, più è cacciato e più precocemente si riproduce e si disperde sul territorio.

*Responsabile conservazione Wwf Vibo Valentia