Sparò a Vibo al maestro di violino della figlia, la Cassazione annulla sui futili motivi

Riconosciuta la responsabilità dell’imputata per aver aperto il fuoco al Conservatorio. Processo di secondo grado da rifare solo per l’aggravante

Riconosciuta la responsabilità dell’imputata per aver aperto il fuoco al Conservatorio. Processo di secondo grado da rifare solo per l’aggravante

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Annullata con rinvio dalla prima sezione penale della Cassazionelimitatamente all’aggravante dei futili motivi – la condanna a 4 anni di reclusione inflitta il 10 ottobre 2016 a Caterina Cananzi, 54 anni, di Rizziconi, ritenuta responsabile del tentato omicidio premeditato del docente di violino Domenico Lombardo, con il quale la figlia aveva una relazione. Da rifare, quindi, il processo di secondo grado solo per stabilire o meno l’esclusione, dall’accusa di tentato omicidio, dell’aggravante dei futili motivi, e di conseguenza determinare il trattamento sanzionatorio. La Cananzi, arrivata la mattina del 22 novembre 2014 alla sede del Conservatorio di Vibo, vide la figlia e l’insegnante in una stanza ad esercitarsi con gli strumenti. Osteggiando quella relazione sentimentale, la donna, al culmine di un diverbio, ha estratto la pistola calibro 7,65 sparando sette colpi contro l’insegnante che è riuscito miracolosamente a salvarsi dopo un intervento chirurgico a Palermo.

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Per la Cassazione – che ha accolto sul punto il ricorso dell’avvocato Maria Teresa Caccamo del Foro di Palmi – la Corte di Appello di Catanzaro ha sbagliato ad incentrare la motivazione della negata esclusione per l’imputata dell’aggravante dei futili motivi sull’aspetto della sproporzione tra motivi dell’azione ed entità del fatto, operando una “motivazione apodittica, sulla sproporzione medesima (essendo ovvio – sottolinea la Cassazione – che l’istinto di proteggere da un pericolo la propria figlia deve ritenersi sproporzionato rispetto alla condotta lesiva dell’incolumità personale della vittima), ignorando, invece, gli elementi sollecitati dalla difesa circa la necessità di considerare le condizioni dell’imputata, madre di una ragazza molto giovane che la stessa riteneva essere in pericolo, anche in ragione della relazione sentimentale intrattenuta dalla stessa con un uomo, divorziato (il maestro di violino Domenico Lombardo), molto più grande di lei, sia per la probabile reazione dell’uomo a seguito della decisione di interrompere la relazione medesima”. Nel caso di specie, ad avviso della Suprema Corte, dietro l’azione delittuosa esiste un movente – chiaramente ricostruito e riconosciuto nella stessa sentenza impugnata e nel provvedimento di primo grado – che, a prescindere dalla sua condivisibilità dal punto di vista morale, non possiede quelle caratteristiche di futilità individuate dalla più recente giurisprudenza, dovendosi ritenere che il contesto familiare ed emotivo in cui il fatto è maturato non consente né di escludere che quel movente abbia rappresentato la spinta a commettere il reato, né, ancor più, di affermare che lo stesso sia stato un mero pretesto per lo sfogo di un istinto violento”. La Cassazione ha invece ritenuto corretta la sentenza della Corte di Appello sulla qualificazione giuridica del fatto, ed in particolare sulla sussistenza del dolo omicidiario, deducibile dalla reiterazione dei colpi esplosi (tra i tanti, ben sei attingevano la vittima), dalla direzione degli stessi verso organi vitali, dalla pericolosità del mezzo usato e dalla perdita di controllo da parte dell’imputata. A sostegno della sussistenza dell’aggravante della premeditazione, invece, l’accurata predisposizione delle modalità e dei mezzi per l’esecuzione del delitto da parte dell’imputata, la quale si era procurata un’arma e l’aveva, illegittimamente, portata con sè al Conservatorio di Vibo Valentia, luogo ove sapeva, con ogni probabilità, di incontrare la vittima. Il docente Domenico Lombardo era stato raggiunto da colpi di pistola in varie parti del corpo, che gli avevano provocato alla stessa lesioni gravi, con conseguente indebolimento della funzione masticatoria e di quella di protezione e contenimento della parete addominale, alle quali non ha fatto seguito la morte solo grazie alla tempestività del soccorso ed agli interventi chirurgici praticati nell’immediatezza del fatto. In primo grado, al termine del processo con rito abbreviato, Caterina Cananzi era stata condannata dal gip di Vibo a 5 anni di reclusione.