‘Ndrangheta: operazione “Ragno”, respinta l’istanza di rimessione di Leone Soriano

Il processo contro il clan di Filandari resta a Catanzaro. La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. Nessun “complotto”

Il processo contro il clan di Filandari resta a Catanzaro. La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. Nessun “complotto”

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Resta dinanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro il processo di secondo grado nato dall’operazione antimafia denominata “Ragno” contro il clan Soriano di Filandari. La sesta sezione penale della Cassazione ha infatti dichiarato “inammissibile” l’istanza di rimessione del processo ad altra sede per “legittimo sospetto” sui giudici presentata nel febbraio scorso dall’imputato Leone Soriano. Il 52enne di Pizzinni di Filandari lamentava l’imparzialità e l’indipendenza dei giudici poiché gli stessi avevano rigettato in più occasioni la richiesta di Leone Soriano di presenziare all’udienza, con rigetto motivato alla luce della sua ritenuta pericolosità sociale. Leone Soriano aveva poi sostenuto l’esistenza di un “complotto” tra la Dda di Catanzaro ed alcuni magistrati della Corte d’appello ordito contro la sua persona ed i suoi familiari, citando il procedimento c.d. Purgatorio, con conseguente arresto della coniuge quale ritorsione per il suo rifiuto di collaborare. Soriano aveva poi allegato alla sua istanza la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini per il reato di oltraggio a corpo giudiziario da parte della Procura di Catanzaro per avere offeso l’onore ed il prestigio della stessa Procura, dei carabinieri del Ros di Catanzaro, della Questura di Vibo Valentia, dei carabinieri di Vibo Valentia e di altri, con conseguente non imparzialità dei magistrati della Corte d’appello di Catanzaro. Infine era stato citato il rigetto da parte della Corte d’appello, nella stessa composizione, dell’istanza di revoca della misura di prevenzione patrimoniale, argomentata sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia già giudicate “inattendibili dal Tribunale di Vibo Valentia giusta l’assenza di riscontri”.

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Tutte le argomentazioni di Leone Soriano sono state ritenute infondate. La Cassazione ricorda infatti che l’istituto della rimessione ha carattere “eccezionale” là dove implica una deroga al principio costituzionale del giudice naturale precostituito per legge. Ne discende la necessità di un’interpretazione restrittiva delle disposizioni che lo regolano ed, in particolare, di quelle che stabiliscono i presupposti per il trasferimento del processo ad altro giudice. L’istanza di rimessione del processo presentata da Leone Soriano per la Suprema Corte “poggia, su deduzioni e considerazioni generiche e congetturali, che non consentono di apprezzare la sussistenza in concreto di una grave situazione locale suscettibile di comportare un vulnus all’imparzialità ed all’indipendenza di tutto l’ufficio giudiziario”. Non rileva poi ai fini della rimessione, il fatto che Leone Soriano sia indagato per avere offeso l’onore ed il prestigio della medesima Procura di Catanzaro e delle forze dell’ordine del medesimo capoluogo e di altri comuni del distretto. L’istituto della rimessione, avendo carattere eccezionale, “può valere solo in presenza di comprovate situazioni ambientali idonee a menomare effettivamente l’imparzialità del giudizio e a pregiudicare il corretto svolgimento del processo sicchè non possono assumere rilievo i semplici sospetti e dubbi di condizionamento psicologico del giudice e delle persone che partecipano al processo: i fattori inquinanti l’imparzialità del giudice devono riverberarsi sull’intero ufficio giudiziario astrattamente considerato, e non su singoli magistrati o su un singolo organo in cui l’ufficio si articoli”.

La Cassazione sottolinea però che “non può sottacersi come la circostanza che taluni magistrati della Procura di Catanzaro siano coinvolti nel procedimento a carico del Soriano quali persone offese sia suscettibile di rilevare quale causa di deroga agli ordinari criteri di competenza, a norma dell’art. 11 codice di procedura penale”.

L’inchiesta “Ragno” ha permesso di ricostruire (coordinata dall’allora pm della Dda di Catanzaro, Giampaolo Boninsegna, e condotta sul campo dai carabinieri della Stazione di Vibo guidati dall’allora comandante Nazzareno Lopreiato) gli affari e gli assetti della “famiglia” Soriano di Pizzinni di Filandari. Il 28 maggio 2014 si era però registrata una raffica di assoluzioni per tutti gli imputati ad opera del Tribunale di Vibo Valentia, presieduto all’epoca dal giudice Fabio Regolo, ora pm alla Procura di Catania. La Corte d’Appello il 28 maggio 2015 aveva totalmente ribaltato il verdetto di primo grado decidendo per dure condanne. Il 20 aprile 2016, infine, la Cassazione ha annullato con rinvio le condanne ordinando un nuovo processo d’appello per tutti gli imputati. Cinque le richieste di condanna già avanzate dalla pubblica accusa: 9 anni per Gaetano Soriano ed il figlio Carmelo Soriano; 3 anni, 4 mesi per Graziella Silipigni; 2 anni e 6 mesi per Francesco Parrotta; 10 anni e 8 mesi per Giuseppe Soriano. La posizione di Leone Soriano era stata stralciata ed ancora si deve registrare nei suoi confronti la richiesta di condanna. In foto dall’alto in basso: Leone Soriano, Giuseppe Soriano, Francesco Parrotta e Graziella Silipigni

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