mercoledì,Giugno 23 2021

Settimana della legalità: «Ogni volta che non denunciamo qualcosa, rinunciamo ad un pezzo di libertà» -Video

Il procuratore della Repubblica di Vibo Valentia è intervenuto all'incontro “la lupara bianca e le vittime innocenti di mafia” organizzato al liceo classico Morelli. Toccanti le testimonianze di Sara Scarpulla e Vincenzo Chindamo

Settimana della legalità: «Ogni volta che non denunciamo qualcosa, rinunciamo ad un pezzo di libertà» -Video
Auditorium del liceo classico Morelli "Settimana della legalità"

di Rossella Galati

«Parlare ai giovani è il modo migliore per combattere l’illegalità». Così il procuratore della Repubblica di Vibo Valentia, Camillo Falvo, parlando agli studenti del Liceo classico Michele Morelli di Vibo, diretto dal dirigente Raffaele Suppa, nell’ambito della settimana della legalità, nel corso dell’incontro La lupara bianca e le vittime innocenti di mafia. Una serie di appuntamenti per far capire ai giovani «l’importanza di schierarsi dalla parte giusta, senza se e senza ma». Dopo aver ripercorso le tappe del suo percorso professionale che lo ha portato a guidare la Procura di Vibo, Camillo Falvo ha messo in luce le criticità di un territorio difficile, cui ora più che mai, alla luce delle diverse operazioni anti-‘ndrangheta, fino al maxiprocesso Rinascita Scott, «diventa fondamentale contribuire in tutti i modi alla lotta diffusa ad ogni tipo di illegalità». Una rivoluzione sociale è dunque quella invocata dal procuratore: «Ogni volta che non denunciamo qualcosa, rinunciamo ad un pezzo di legalità».
Nel corso dell’incontro, ai giovani è stata poi spiegata l’atrocità del fenomeno della “lupara bianca“, analizzata in tutti i suoi aspetti da Alessandro Bui, comandante della I sezione del Nucleo investigativo di Vibo Valentia che ha lasciato il suo messaggio: «Non avete più scuse per non essere onesti, vi invito a essere persone migliori e integre già da oggi. Per noi è lavoro, per voi è la vita».

Vincenzo Chindamo

Le testimonianze

Ospiti della manifestazione Vincenzo Chindamo, fratello di Maria, l’impenditrice di Laurena adi Borrello, scomparsa a Limbadi il 6 maggio 2016 e Sara Scarpulla, mamma di Matteo Vinci, ucciso nel 2019 da un’autobomba sempre a Limbadi. Nelle loro parole un chiaro messaggio ai giovani: «accetto con piacere inviti come questo – ha detto Vincenzo – per il fine che ha la mia presenza in mezzo a voi. L’assenza di Maria crea un continuo tormento. Amo raccontare la storia di Maria ai giovani, una storia che non nasce in contesti della criminalità organizzata. Ha iniziato da giovane la sua storia di libertà e di amore». Inizia così il suo racconto, condividendo con gli studenti i sogni di Maria: studiare, lavorare, avere dei figli e stare bene nel suo territorio con tutte le difficoltà che avrebbe incontrato. «Nel suo percorso di libertà, non si è fatta mai fermare dalle difficoltà. A un certo punto però si scontra con la cultura mafiosa». Quella stessa cultura mafiosa che le ha tolto la vita. «Sono certo che ognuno di noi può fare qualcosa – ha aggiunto Chindamo -. E allora interroghiamoci tutti i giorni su cosa possiamo fare per essere determinanti per sconfiggere la cultura mafiosa, a partire dalla scuola». C’è tanto desiderio da parte della famiglia Chindamo di stare accanto al territorio per combattere la criminalità: «Intorno a noi c’è lo Stato, c’è il governo, le forze dell’ordine, le associazioni. E allora dobbiamo iniziare a fare i primi passi, ognuno nel proprio ambiente, anche tramite i social, perchè anche così si inizia a fare un passo in più e uno a uno, si farà un cammino grande che porterà a non avere terreno sotto i piedi alla criminalità organizzata. Siamo tutti armati e le nostre armi sono belle: parliamo bene del nostro territorio. Da quel 6 maggio di cinque anni fa, giorno della scomparsa di Maria, ho conosciuto tantissima bella gente che ha solo bisogno di fare gruppo e davanti a questa rete che vuole riscattare un territorio come il nostro, la ndrangheta non avrà mai l’ultima parola».

Sara Scarpulla

Speranza nei giovani

È stata poi la volta di Sara Scarpulla, il cui figlio Matteo Vinci è stato fatto saltare in aria con un’autobomba a Limbadi. «Dovrei parlare di 30 anni di vessazioni e soprusi della famiglia Mancuso, ma voglio dire a voi chi era Matteo: un giovane sano, innocente che non aveva mai avuto contatti con la parte malata del suo paese. Da quando Matteo non c’è più non mi sono mai fermata e non mi fermerò mai, nemmeno dopo aver avuto la giustizia dalla mia parte perchè tutto questo non deve finire qui. Ci sono rimasti i giovani e io voglio lottare per loro».

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