Vivere e soffrire su un marciapiede di Vibo Marina, il grido d’aiuto di Giovanni “Little Tony”

Fino a poco tempo fa regalava un sorriso e un “Cuore matto” a chiunque. Ora rappresenta l’ennesima storia di emarginazione e disagio sociale. Appello ad intervenire prima che sia troppo tardi

Fino a poco tempo fa regalava un sorriso e un “Cuore matto” a chiunque. Ora rappresenta l’ennesima storia di emarginazione e disagio sociale. Appello ad intervenire prima che sia troppo tardi

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Giovanni "Little Tony" a Vibo Marina
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Le rughe della fame più di quelle dell’età che avanza scavano il suo viso debole e pallido. «Mi brucia lo stomaco, mi brucia lo stomaco» dice. Accetta di parlarci solo ricevendo pochi spiccioli. Lui è Giovanni, fino a qualche tempo fa in cambio di una moneta regalava un sorriso e “Cuore Matto” a chiunque. Per questo, per molti, Giovanni è da sempre, semplicemente, Little Tony. La sua vita, oggi, lentamente si consuma su un marciapiede a Vibo Marina, dove di buon ora siede in cerca di un’elemosina. «Giovanni, stai male?» gli chiediamo. Lui risponde: «Sì, sto male. Ho bisogno di soldi per mangiare». Affetto da un ritardo cognitivo, pensionato, Giovanni è la metafora di una storia di emarginazione. «Come possiamo aiutarti?». «Non voglio niente, cinque euro, poi lasciami in pace». Ma lui forse non è di soldi che ha bisogno ma solo di aiuto e di affetto. Spiega una ragazza che lo incontra ogni mattina: «Abbiamo provato a interessare alcuni familiari ma se tutti i giorni è qui e se sta sempre peggio evidentemente ciò non è servito. Un caso umano di fronte al quale nessuno può restare indifferente». Già, nessuno può restare indifferente, le istituzioni, tutte, i cittadini, tutti, aiutino Giovanni prima che il suo cuore matto smetta di battere. (L’articolo prosegue sotto la pubblicità)

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Eppure Giovanni una famiglia ce l’ha. Ed è una famiglia che da sempre ha provato a stargli vicino e ad assisterlo. Ha anche una casa. Un alloggio popolare dove fa ritorno a sera, dopo il suo girovagare senza sosta. Ma ad avere la meglio è sempre il suo disturbo che lo spinge a rifiutare ogni assistenza, ad opporsi ai ricoveri in strutture protette, a resistere alle cure. Nonostante i tentativi e la vicinanza della sua famiglia d’origine che per lui si è sempre adoperata cercando di alleviare le sue sofferenze. Trovando, troppo spesso, la sua ferma resistenza.