martedì,Luglio 27 2021

Giuseppe Bono, da Pizzoni a Fincantieri: il manager d’acciaio che vuol rifare il ponte di Genova

Dal 2002 è l’amministratore delegato della società leader globale nella cantieristica navale; ha attraversato indenne una decina di governi mantenendo postazioni di primissimo piano nelle aziende di Stato. E ora punta tutto sul nuovo esecutivo gialloverde  

Giuseppe Bono, da Pizzoni a Fincantieri: il manager d’acciaio che vuol rifare il ponte di Genova

Ha visto sbriciolarsi la Prima Repubblica da una postazione privilegiata. Ha attraversato indenne la Seconda, mantenendo saldamente collocazioni di rilievo. È “sopravvissuto” ad almeno una decina di governi conservando, a prescindere dal loro colore politico, posizioni di vertice nei consigli d’amministrazione di importanti aziende statali. Dal 2002 è amministratore delegato di Fincantieri, società controllata da Cassa depositi e prestiti e tra i principali player a livello globale nel settore della cantieristica navale. Da qualche tempo entrata nel settore delle infrastrutture. Lui è Giuseppe Bono da Pizzoni, ed è la rappresentazione paradigmatica del manager di Stato “granitico”, una sorta di “highlander”, o, come lo definisce oggi Sergio Rizzo su Repubblica, “boiardo di razza”. Definizione, un po’ timorosa un po’ sprezzante, che Rizzo affianca comunque a quella più generosa di “monumento dell’industria pubblica”. E continua ad esserlo, Bono, un “mostro sacro” anche con il nuovo governo gialloverde che, nell’imperante clima sovranista/statalista, non poteva non fare riferimento alle colonne portanti dell’industria patria per affrontare la sfida della ricostruzione del viadotto Morandi di Genova, venuto giù come un castello di carte lo scorso 14 agosto uccidendo 43 persone. Anche se, in realtà, non sarà Fincantieri a gestire direttamente l’operazione (che rimarrà a quanto pare in capo a Cassa depositi e prestiti), Peppino Bono si candida comunque a giocare un ruolo chiave nella partita. «Fincantieri – ha dichiarato l’amministratore delegato – è in grado di ricostruire il ponte di Genova: ha il know-how e le tecnologie, ma nessuno per il momento ce lo ha chiesto. Abbiamo tutte le capacità e le conoscenze per costruire un’opera di questo genere – ha ribadito -: ne stiamo facendo quattro in Belgio».

A 74 anni, il socialista che voleva farsi prete, continua quindi a giocare sui tavoli che contano e a puntare tutto, dopo cinque giri, alla sesta riconferma ai vertici del gioiello dell’industria italiana che da Monfalcone a Sestri Ponente, da Ancona a Palermo, occupa migliaia di dipendenti. La sua carriera manageriale, dopo un passato da operaio a Torino e alle Omeca di Reggio Calabria, inizia nel 1987 quando occupa la prima poltrona importante da amministratore delegato dell’Aviofer Breda, azienda militare dell’Efim, ente che scalerà fino alla direzione generale pochi anni più tardi grazie alla promozione del calabrese Gaetano Mancini, cugino del leader socialista Giacomo. Nel 2000, con il governo socialista di Giuliano Amato, Bono diventa amministratore delegato di Finmeccanica, ruolo che però dovrà lasciare sotto il governo Berlusconi, che lo “dirotta” su Fincantieri. Un esilio “dorato” per il manager partito da Pizzoni, che accresce a dismisura il suo potere e la sua capacità contrattuale con la politica di ogni colore, affermandosi quale interlocutore principale di ministri e leader partito grazie, oltre che alle sue induscutibili competenze, anche a non comuni capacità di mediazione

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