‘Ndrangheta: in Cassazione la faida di Mileto fra i Corigliano ed i Mesiano

La Suprema Corte rigetta tre ricorsi della difesa sulle misure cautelari, ne accoglie uno parzialmente e annulla con rinvio per altro indagato così come chiesto dal pm

La Suprema Corte rigetta tre ricorsi della difesa sulle misure cautelari, ne accoglie uno parzialmente e annulla con rinvio per altro indagato così come chiesto dal pm

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La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di alcuni degli indagati dell’operazione antimafia denominata “Miletos” – che mira a far luce sulla faida fra le famiglie Mesiano e Corigliano – accogliendone parzialmente altri due (uno della difesa ed uno del pm). In particolare, i giudici hanno rigettato i ricorsi di Giuseppe Ventrice, 41 anni, di Mileto (assistito dagli avvocati Michelangelo Miceli, Giancarlo Pittelli e Giovanni Aricò), Gaetano Elia, 51 anni, di Mileto (difeso dall’avvocato Francesco Iannello) e Francesco Mesiano, 45 anni (assistito dagli avvocati Miceli, Aricò e Pittelli), di Mileto. Accolto, invece, il ricorso del pubblico ministero per la posizione di Vincenzo Corso, 45 anni, anche lui di Mileto nei cui confronti il Tribunale del Riesame aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere. La Cassazione ha deciso per tale posizione che sarà necessaria una nuova pronuncia del Riesame. Annullata con rinvio anche l’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Francesco Mesiano ma solo relativamente al reato di tentata estorsione ai danni del supermercato Corigliano di Capo Vaticano. Tutti i ricorrenti restano pertanto in carcere, tranne Vincenzo Corso che era già stato scarcerato dal Riesame e per il quale la Cassazione ha rinviato al Tdl. La faida fra le famiglie Mesiano e Corigliano avrebbe avuto origine proprio con la tentata estorsione operata da Francesco Mesiano, in concorso con il padre Giuseppe Mesiano (ucciso il 18 luglio del 2013), ai danni dei titolari del supermercato “Corigliano” con sede a Santa Domenica di Ricadi. Con violenza e minaccia i due Mesiano, padre e figlio, avrebbero prospettato a Giuseppe Corigliano il danneggiamento mediante incendio del supermercato di proprietà dei suoi parenti. I Mesiano avrebbero voluto costringere i Corigliano del supermercato a pagare loro una tangente per la mancata vendita del loro pane prodotto dal panificio “F.lli Mesiano”. L’interruzione dei rapporti di fornitura al supermercato era avvenuta nel luglio 2012 e l’imposizione della tangente avrebbe rappresentato – secondo la ricostruzione accusatoria del pm della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, unitamente al pm della Procura di Vibo, Benedetta Callea, e dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Vibo – la condizione per il “sereno svolgimento della propria attività”. Francesco Mesiano e Rocco Iannello il 16 luglio del 2013 avrebbero quindi appiccato il fuoco a Mileto al portone di casa della famiglia Corigliano. Francesco Mesiano viene indicato come il mandante dell’incendio, Rocco Iannello l’esecutore materiale. Il tutto quale “sanzione” per il rifiuto opposto da Angelo Antonio Corigliano (poi ucciso il 20 agosto 2013) di mettere in atto un danneggiamento all’esercizio commerciale di proprietà dei fratelli Corigliano, sito a Santa Domenica di Ricadi, al fine di costringere i titolari dell’attività commerciale a cedere alle loro richieste estorsive. In seguito all’incendio del portone di casa da parte di Francesco Mesiano e Rocco Iannello, Giuseppe Corigliano in concorso con il figlio Angelo Antonio (poi ucciso il 20 agosto 2013) avrebbe quindi reagito uccidendo con sette colpi di pistola Giuseppe Mesiano il 17 agosto del 2013. L’accusa per Giuseppe Corigliano è quella di omicidio aggravato dalle modalità mafiose, oltre a quella di detenzione illegale e porto in luogo pubblico di un’arma da fuoco. Gaetano Elia e Giuseppe Ventrice sono poi indagati per il reato di favoreggiamento personale in quanto, dopo la commissione dell’omicidio di Giuseppe Mesiano, avrebbero di fatto aiutato gli autori del fatto di sangue ad eludere le investigazioni asportando le registrazioni contenute nel Dvr dell’impianto di videosorveglianza ubicato presso l’esercizio commerciale di Mileto in via Cultura numero 24 (che inquadrava il transito dei soggetti diretti verso la località Pigno presso l’abitazione della vittima). Successivamente avrebbero distrutto i filmati così acquisiti, omettendo di consegnarli ai carabinieri per consegnarli invece ai familiari di Giuseppe Mesiano che avrebbero programmato così la vendetta contro i Corigliano.  L’omicidio di Angelo Antonio Corigliano (20 agosto 2013 a Mileto) in risposta all’omicidio di Giuseppe Mesiano viene contestato a: Francesco Mesiano quale mandante; a Pasquale Pititto quale organizzatore delle fasi preliminari ed esecutive dell’azione di fuoco; a Salvatore Pititto e Domenico Iannello quali esecutori materiali del delitto; a Vincenzo Corso quale “braccio destro di Francesco Mesiano e referente del sodalizio criminale Pititto-Iannello, incaricato di presidiare i luoghi prescelti per la consumazione dell’omicidio, nonché di monitorare la vittima designata. Al delitto avrebbero contribuito Giuseppe Ventrice, quale titolare di una ditta di autotrasporti ed effettivo utilizzatore dell’impianto di videosorveglianza installato presso il magazzino di proprietà del padre sito a Mileto in via Cultura numero 24, e Gaetano Elia quale tecnico installatore addetto alla manutenzione dell’impianto che – su richiesta di Francesco Mesiano e Vincenzo Corso – avrebbe fornito ai Mesiano, insieme a Ventrice il Dvr contenente le registrazioni delle immagini dei responsabili dell’omicidio di Giuseppe Mesiano che, in data 17 luglio 2013, erano passati dinanzi al magazzino per dirigersi sul luogo del delitto.     LEGGI ANCHE: Faida di Mileto, tra gli arrestati uno dei responsabili dell’omicidio di Nicholas Green

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