Suicidio in carcere a Vibo, per la Cassazione c’è responsabilità del Ministero della Giustizia

Accolto in sede civile il ricorso degli eredi di Salvatore Giofrè che all’atto dell’arresto nel 2008 aveva annunciato di volersi togliere la vita. Sarà necessaria una nuova pronuncia dei giudici d’appello

Accolto in sede civile il ricorso degli eredi di Salvatore Giofrè che all’atto dell’arresto nel 2008 aveva annunciato di volersi togliere la vita. Sarà necessaria una nuova pronuncia dei giudici d’appello

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La terza sezione civile della Cassazione ha accolto il ricorso degli avvocati Giuseppe Di Renzo, Nicola D’Agostino e Nazzareno Rubino contro il Ministero della Giustizia per il caso del suicidio di Salvatore Giofrè (cl. ’68), di San Gregorio d’Ippona, avvenuto nel carcere di Vibo Valentia la mattina del 29 giugno 2008. Salvatore Giofrè, sorvegliato speciale di pubblica sicurezza, ritenuto contiguo al clan Fiarè-Gasparro-Razionale, era stato arrestato il giorno prima con l’accusa di violenza sessuale ai danni di un’anziana di 76 anni di Maierato. In carcere non ha retto alle accuse infamanti che gli venivano mosse al punto che ha deciso di farla finita. Al suo legale, l’avvocato Giuseppe Di Renzo aveva detto espressamente: “Avvocato pensi a difendere l’onore dei miei figli perché questa volta io mi ammazzo”. E così è stato. Al momento dell’arresto, Salvatore Giofrè era stato sottoposto a regime di “grande sorveglianza” e smistato per la notte in una cella della sezione “nuovi giunti” in attesa che fosse completato l’iter diagnostico di ingresso che deve avvenire nell’arco delle 24 ore. Sulla base di tali disposizioni Giofrè veniva controllato ogni venti minuti. Alle sette del mattino è stato però ritrovato impiccato con un lenzuolo annodato alle sbarre della finestra. La Corte di Cassazione ha ora accolto il ricorso dei familiari di Giofrè annullando con rinvio alla Corte d’Appello di Catanzaro per un nuovo esame del caso. In primo grado, il Tribunale di Catanzaro il 30 ottobre del 2013 aveva accolto il ricorso dei congiunti di Giofrè condannando il Ministero della Giustizia per omessa vigilanza e, quindi, al risarcimento del danno liquidato in 195mila euro in favore di Domenica Lo Muto, 179mila euro a testa nei confronti di altri due eredi di Salvatore Giofrè, più altre 163mila euro per ciascuno dei figli di Giofrè. La Corte d’Appello di Catanzaro, adita dal Ministero della Giustizia, aveva invece accolto l’appello ritenendo che il suicidio non fosse né prevedibile, né prevenibile, di modo che il nesso causale tra il comportamento dell’amministrazione penitenziaria e la morte di Giofrè doveva ritenersi interrotto dall’eccezionalità dell’evento. Quanto al rischio, per i giudici d’appello il detenuto era stato sottoposto al regime di “grande sorveglianza”, cioè guardato  a vista ogni venti minuti. La Cassazione, accogliendo il ricorso degli avvocati Giuseppe Di Renzo, Nicola D’Agostino e Nazzareno Rubino, fa rilevare che il pubblico ministero, all’atto della custodia cautelare di Salvatore Giofrè, aveva espressamente statuito che fosse detenuto in “regime comune” che avrebbero impedito i suoi intenti suicidi o comunque resi più ardui per la presenza degli altri detenuti. In secondo luogo, il detenuto non venne sottoposto ad alcuna osservazione funzionale a verificarne la capacità di affrontare adeguatamente lo stato di restrizione, non essendo presenti, all’atto del suo ingresso in carcere, né lo psicologo né l’educatore, di modo che deve essere considerato violato il principio del neminem ledere. Per tali ragioni, in accoglimento del ricorso, la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di secondo grado per un nuovo esame da parte della Corte d’Appello di Catanzaro in diversa composizione. 

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