Abuso d’ufficio per oltre 7 milioni di euro, obbligo di dimora per il presidente della Regione Oliverio

Sedici complessivamente le misure emesse. Nel mirino l'affidamento di alcuni appalti, fra i quali quello riguardante l'impianto sciistico di Lorica

Sedici complessivamente le misure emesse. Nel mirino l'affidamento di alcuni appalti, fra i quali quello riguardante l'impianto sciistico di Lorica

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Mario Oliverio
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Due ipotesi di abuso d’ufficio aggravate dalla finalità mafiosa che ai calabresi sarebbero costate 2,9 e 4,2 milioni di euro. Soldi stanziati dalla Regione per l’impianto sciistico di Lorica. Soldi che il governatore Mario Oliverio si sarebbe prodigato per far erogare a beneficio dell’imprenditore in odor di ‘ndrangheta Giorgio Barbieri, la cui azienda era invece al collasso economico. Soldi che poi lo stesso Barbieri avrebbe convogliato nella cassa comune del potente clan Muto di Cetraro. Sono accuse pesanti e circostanziate quelle contenute nell’ordinanza firmata dal gip di Catanzaro Pietro Caré. Accuse che potrebbero porre una pietra tombale sulla legislatura del Lupo della Sila. Oliverio, secondo l’accusa, avrebbe agito in particolare con il concorso dello stesso Barbieri e del direttore dei lavori Francesco Tucci, per un «mero tornaconto politico», vale a dire – si legge nel capo di imputazione – «per ripagare Tucci e Barbieri che ne avevano assecondato gli interessi economici a Cosenza». I due, secondo l’accusa, avrebbero dato rassicurazioni ad Oliverio e poi si sarebbero fattivamente adoperati per «rallentare strumentalmente i lavori pubblici su piazza Bilotti a Cosenza per pregiudicare così sul piano politico-elettorale il sindaco uscente di Cosenza Mario Occhiuto». In realtà, emerge dalle carte dell’inchiesta, anche Occhiuto (non indagato), ad un certo punto, chiese di rallentare i lavori ma per una finalità opposta (e per certi aspetti analoga): tra un mandato e l’altro, temeva che piazza Bilotti potesse essere inaugurata dal commissario prefettizio. Insomma, uno scenario desolante, che non solo svela i torbidi rapporti tra le alte sfere della classe dirigente calabrese ed un’imprenditoria da tempo nell’occhio del ciclone per i propri affari con le cosche, ma anche l’uso strumentale e personalistico del potere, e di fiumi di denaro pubblici, per bassi interessi di carattere politico in una terra sempre più devastata da coloro che alternandosi la governano da un quarto di secolo. 

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