‘Ndrangheta: omicidio Domenico Di Leo a Sant’Onofrio, assolto Francesco Fortuna

In primo grado era stato condannato a 30 anni di reclusione per un  delitto dirompente negli assetti mafiosi del Vibonese

In primo grado era stato condannato a 30 anni di reclusione per un  delitto dirompente negli assetti mafiosi del Vibonese

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Assoluzione per non aver commesso il fatto. Questo il clamoroso verdetto della Corte d’Appello di Catanzaro (presieduta dal giudice Marco Petrini, a latere Cosentino) nel processo per l’omicidio di Domenico Di Leo, alias “Micu Catalanu”, ucciso il 12 luglio 2004 a Sant’Onofrio. Assolto, quindi, il 38enne Francesco Fortuna, di Sant’Onofrio, ritenuto uno degli esecutori materiali, che in primo grado – al termine del processo con rito abbreviato – era stato condannato a 30 anni di reclusione, pena di cui il sostituto procuratore generale di Catanzaro, Luigi Maffia, aveva chiesto ai giudici la conferma.  In particolare, Francesco Fortuna – difeso dagli avvocati Sergio Rotundo e Salvatore Staiano – era accusato di aver premeditato e pianificato “nei minimi dettagli” l’omicidio portando a compimento l’agguato nel centro abitato di Sant’Onofrio e precisamente in via Tre Croci, proprio nei pressi dell’abitazione della vittima che stava rientrando dall’ospedale di Vibo Valentia a bordo di una mini car. A sostegno dell’impalcatura accusatoria, anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia vibonese Andrea Mantella che ha confessato di aver accompagnato i sicari sul luogo dell’omicidio guidando di persona l’auto servita prima per aspettare la vittima predestinata e poi per freddarla. Insieme a Francesco Fortuna, Andrea Mantella ha indicato nel suo ex braccio-destro, Francesco Scrugli, l’altro autore materiale dell’agguato, quest’ultimo poi ucciso a Vibo Marina nel marzo 2012 nella guerra di mafia fra il clan dei Piscopisani ed i Patania di Stefanaconi.         La vittima. Domenico Di Leo, detto “Micu i Catalanu”, era ritenuto dagli inquirenti un componente dello stesso clan Bonavota con il ruolo di “braccio armato”. Entrato in contrasto con i figli del defunto boss Vincenzo Bonavota, è stato attinto da diversi colpi d’arma (Kalashnikov e fucile a pompa), tanto che sul posto sono stati rinvenuti i bossoli di oltre 45 colpi. Il delitto, secondo le indagini, sarebbe maturato al culmine di contrasti sulle modalità di gestione dell’area industriale del comune di Maierato.                                                               Le prove. Al di là di diverse intercettazioni e del racconto dei collaboratori di giustizia Francesco Michienzi, Loredana Patania, Raffaele Moscato e Andrea Mantella, l’elemento di prova più forte a carico di Francesco Fortuna era di carattere tecnico-scientifico: l’individuazione di due profili genotipici riconducibili a soggetti di sesso maschile che hanno avuto un “ruolo attivo” nella commissione del grave fatto di sangue, perché le relative tracce sono state rinvenute nei guanti in lattice utilizzati. In particolare, dovevano essere le tracce di dna rinvenute su quattro guanti in lattice ad “inchiodare” Francesco Fortuna, che però è stato assolto con formula ampia. Le analisi, secondo l’accusa, avevano consentito di isolare un dna che, comparato con il profilo genotipo dell’indagato, avrebbe dato “completa sovrapponibilità”. Le motivazioni della sentenza di primo grado avevano poi certificato la credibilità del racconto di Andrea Mantella, che a quell’agguato prese parte. Il giudice di primo grado, Antonio Battaglia, aveva infatti rimarcato “la valenza probatoria elevatissima delle dichiarazioni di Mantella, trattandosi di dichiarazioni rese dal coimputato nel medesimo fatto di reato laddove riferisce situazioni apprese per avervi partecipato direttamente”.                                               L’aggravante mafiosa. Secondo il giudice di primo grado non vi era poi dubbio della matrice ‘ndranghetistica del delitto, sia in ordine alle modalità tipicamente mafiose dell’agire – essendo stato Di Leo vittima di una vera e propria esecuzione commessa con l’uso di un’autovettura rubata allo scopo e con l’impiego di più armi fra le quali una da guerra – sia per quanto riguarda la finalità agevolativa perseguita dai responsabili, essendo il delitto riconducibile alle frizioni interne al clan Bonavota e compiuto anche allo scopo di affermare le gerarchie e il controllo all’interno del gruppo e, conseguentemente, del territorio di influenza della consorteria”. La sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro demolisce però il lavoro degli inquirenti. Fra 90 giorni il deposito delle motivazioni della sentenza.  In foto dall’alto in basso: Domenico Di Leo, Francesco Fortuna e Andrea Mantella       LEGGI ANCHE: ‘Ndrangheta: i Bonavota volevano ammazzare Andrea Mantella

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