‘Ndrangheta: chiesta in appello la riunione dei processi “Black money” e “Purgatorio”

In primo grado il Tribunale di Vibo Valentia ha respinto analoga richiesta della pubblica accusa. I giudici si sono riservati la decisione

In primo grado il Tribunale di Vibo Valentia ha respinto analoga richiesta della pubblica accusa. I giudici si sono riservati la decisione

Informazione pubblicitaria
Informazione pubblicitaria

Si è aperto oggi dinanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro, presieduta dal giudice Anna Maria Saullo, il processo di secondo grado del procedimento penale nato dall’operazione antimafia denominata “Black money” contro il clan Mancuso. Dodici in totale gli imputati che potrebbero diventare 15 qualora la Corte d’Appello dovesse accogliere la richiesta del pm della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci (applicata per tale procedimento alla Procura generale) di riunire a tale procedimento anche quello nato dall’inchiesta denominata “Purgatorio” che vede imputati l’avvocato Antonio Galati, condannato in primo grado dal Tribunale di Vibo per concorso esterno in associazione mafiosa, e gli ex vertici della Squadra Mobile di Vibo Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò, entrambi assolti a Vibo dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (il solo Rodonò condannato per rivelazione di segreti d’ufficio). Sulla richiesta di riunione, i giudici si sono riservati la decisione che renderanno nota nell’udienza dell’11 aprile prossimo. Sulla richiesta del pm hanno interloquito i difensori degli imputati che si sono opposti alla riunione, ricordando che i due procedimenti penali si trovano in due differenti fasi ed hanno seguito strade autonome, con il fascicolo del processo “Purgatorio” è arrivato solo stamane a Catanzaro. I difensori hanno quindi riproposto in Appello argomentazioni simili a quelle usate in primo grado quando anche in tale sede la pubblica accusa aveva chiesto – senza ottenerla – la riunione dei due procedimenti penali: “l’operazione “Black money” scattata nel marzo del 2013 e l’operazione “Purgatorio” scattata nel febbraio del 2014. 

Informazione pubblicitaria

Dinanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro sono oggi comparsi i seguenti imputati: Giovanni Mancuso, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per usura (richiesta del pm: 29 anni) e 9.000 euro di ammenda; Agostino Papaianni, 7 anni e 8 mesi di reclusione (richiesta pm: 28 anni e 6 mesi); Antonio Mancuso (cl. 1938), 5 anni di reclusione (27 anni la richiesta di pena); Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, assolto (26 anni e 6 mesi la richiesta del pm); Giuseppe Mancuso, 1 anno e 6 mesi anni di reclusione (19 anni la richiesta di condanna); Leonardo Cuppari, 5 anni di reclusione (12 anni e 6 mesi la richiesta della pubblica accusa); Antonino Castagna, imprenditore, assolto (12 anni la richiesta di pena); Gaetano Muscia, condannato a 7 anni di reclusione per usura ed estorsione (14 anni la richiesta del pm); Damian Fialek, condannato a 3 anni pure lui per usura ed estorsione (12 anni e 8 mesi la richiesta del pm); Antonio Velardo, immobiliarista napoletano, condannato a 4 anni di reclusione per reati finanziari (5 anni la richiesta); Antonio Prestia, imprenditore, 5 anni e sei mesi di reclusione (7 anni la richiesta del pm); Nicola Angelo Castagna, prescrizione dopo esclusione delle aggravanti delle modalità mafiose (3 anni la richiesta di pena del pm). Nel collegio difensivo degli imputati sono impegnati gli avvocati: Armando Veneto, Giuseppe Di Renzo, Mario Bagnato,  Domenico Chindamo, Francesco Gambardella, Patrizio Cuppari, Sergio Rotundo, Francesco Stilo, Aldo Labate, Nicola Cantafora, Francesco Sabatino, Michelangelo Miceli, Salvatore Staiano, Leopoldo Marchese, Antonio Porcelli, Gianfranco Giunta, Francesco Calabrese. Per le parti civili gli avvocati: Giovanna Fronte, Claudia Conidi, Giuseppe Lavigna, Domenico Talotta.  

   LEGGI ANCHE: ‘Ndrangheta, sentenza “Black money” sul clan Mancuso: “Vuoto probatorio”

 

‘Ndrangheta: le divisioni mai sanate nel clan Mancuso e le “presunzioni” dell’accusa

‘Ndrangheta: “Black money”, ecco i motivi della sentenza contro il clan Mancuso