Operazione “Odissea” nel Vibonese, assoluzioni in Cassazione

La Suprema Corte ritiene inammissibile il ricorso della Procura generale di Catanzaro ed anche quello agli effetti civili presentato dai coniugi Grasso-Franzè

La Suprema Corte ritiene inammissibile il ricorso della Procura generale di Catanzaro ed anche quello agli effetti civili presentato dai coniugi Grasso-Franzè

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La seconda sezione penale della Cassazione ha confermato l’assoluzione nei confronti di 8 imputati dell’operazione “Odissea” già assolti il 29 maggio dello scorso anno dalla Corte d’Appello di Catanzaro. Analoga decisione era stata presa in primo grado dal gup del Tribunale di Vibo Valentia al termine del processo celebrato con rito abbreviato. La Suprema Corte, come anche il procuratore generale della Cassazione, ha ritenuto inammissibile il ricorso della Procura generale di Catanzaro avverso le assoluzioni che divengono così definitive. I testimoni di giustizia di Briatico, Giuseppe Grasso e Francesca Franzè, parti civili nel processo e che avevano appellato in Cassazione – ai soli effetti civili – le assoluzioni di secondo grado sono stati condannati dalla Suprema Corte al pagamento di duemila euro a testa per la rifusione delle spese legali. Anche i loro ricorsi, infatti, sono stati dichiarati inammissibili. 

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Vanno quindi definitivamente assolti: Paolino Lo Bianco, 56 anni, di Vibo Valentia (avvocati Vincenzo Gennaro e Giancarlo Pittelli); Salvatore Sorrentino, 61 anni, di Vena Superiore (avvocati Giuseppe Di Renzo e Alfredo Gaito); Giuseppe Francesco Niglia, 71 anni, di Briatico (avvocati Francesco Muzzupappa e Antonio Porcelli); Filippo Gerardo Gentile, 64 anni, di San Giovanni di Zambrone (avvocati Giuseppe Bagnato e Francesco Sabatino); Antonio Tripodi, 55 anni, di Portosalvo (avvocato Anselmo Torchia); Giuseppe Sicari, 57 anni, di Paradisoni di Briatico (avvocati Pantaleone Moisè e Sergio Rotundo); Nicolino Pantaleone Mazzeo, 49 anni, di Mesiano di Filandari (avvocati Francesco Stilo e Antonio Foti); Alessandro Ventre, 51 anni, di Vena Superiore (avvocato Tony Crudo). In Cassazione (anche in sostituzione degli altri legali) hanno discusso gli avvocati Giuseppe Di Renzo, Giuseppe Bagnato, Tony Crudo e Giancarlo Pittelli. In primo grado tutti gli imputati erano stati assolti dal gup del Tribunale di Vibo, Gabriella Lupoli, al termine di un processo celebrato con rito abbreviato (l’allora pm Santi Cutroneo aveva chiesto la condanna per tutti a 6 anni di reclusione a testa). Le assoluzioni erano state quindi appellate dalla Procura di Vibo Valentia. Tutti gli imputati erano chiamati a rispondere, a vario titolo, dei reati di usura ed estorsione ai danni dell’imprenditore di Briatico Giuseppe Grasso e della moglie Francesca Franzè, in un arco temporale ricompreso fra il 1993 al 2005. I due coniugi sono divenuti in seguito testimoni di giustizia.                                                                                                  Le accuse. In particolare, secondo l’accusa, sin dal 1995 Salvatore Sorrentino avrebbe corrisposto a Giuseppe Grasso e Francesca Franzè una somma complessiva di 600mila euro ad un tasso mensile del 10%, mentre le somme corrisposte da Antonio Tripodi, ad iniziare dal 1993 ed al medesimo tasso usurario, ammonterebbero a 200mila euro. Una somma complessiva fra i 40 ed i 50mila euro sarebbe poi stata erogata, secondo l’accusa, ai coniugi Grasso-Franzè da Francesco Giuseppe, detto “Pino”, Niglia sin dal 2002, contestazione caduta al pari di quella per la quale doveva rispondere Nicolino Pantaleone Mazzeo che, secondo l’ipotesi d’accusa, avrebbe operato come intermediario fra i Grasso e Giuseppe Accorinti di Zungri (quest’ultimo sotto processo con il rito ordinario). La contestazione rivolta a Paolo Lo Bianco riguarda invece una somma pari a 9mila euro con un’applicazione, stando all’accusa, di un tasso usurario superiore al 10% mensile. Identico ipotetico tasso usuraio anche nella contestazione mossa ad Alessandro Ventre, andato assolto dall’accusa di aver corrisposto ai coniugi Grasso-Franzè 17mila euro trattenendosi 3mila euro a titolo di interesse. Giuseppe Sicari è invece accusato di aver prestato ai Grasso “una somma di denaro imprecisata, pari comunque a centinaia di migliaia di euro” con un tasso del 10% mensile, mentre Filippo Gerardo Gentile “in cambio di diverse prestazioni di denaro elargite a Grasso Giuseppe e Franzè Francesca, per una somma complessiva pari a 150mila – 200mila euro, si faceva dare e promettere interessi usurari calcolati ad un tasso mensile variabile dal 5 al 10% mensile da considerarsi usurario”.                                                                                Le motivazioni delle assoluzioni. Il gup del Tribunale di Vibo, Gabriella Lupoli, nelle motivazioni del verdetto di primo grado aveva rimarcato come essendo i Grasso-Franzè parti civili, e dunque “portatori di pretese economiche”, la loro attendibilità era stata sottoposta “ad un vaglio più rigoroso rispetto alla sola credibilità soggettiva”, poiché la Cassazione prevede l’opportunità che le dichiarazioni delle parti offese siano accompagnate dal riscontro “con altri elementi”. Il giudice aveva così ravvisato nel narrato dei Grasso-Franzè “un’inattendibilità intrinseca”, con “molteplici imprecisioni – è scritto nella sentenza – contraddizioni e volontarie omissioni su aspetti salienti e non trascurabili come l’ammontare dei prestiti, la preesistenza di altri leciti rapporti di credito con taluni imputati, l’inesistenza di condizioni per partecipare a gare pubbliche”.                         L’operazione “Odissea” era scattata nel settembre del 2016 ad opera della squadra Mobile di Vibo Valentia con il coordinamento del pm della Dda di Catanzaro Marisa Manzini. In seguito alla caduta delle aggravanti mafiose, gli atti erano quindi stati trasferiti per tali posizioni alla Procura di Vibo Valentia che ha poi esercitato l’azione penale. 

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