mercoledì,Settembre 22 2021

Duplice omicidio Loielo, due ergastoli

Regge quasi totalmente l'impianto accusatorio del pm Marisa Manzini. Tre le assoluzioni sentenziate dalla Corte di appello di Catanzaro.

Duplice omicidio Loielo, due ergastoli

Con tre assoluzioni e due ergastoli si è concluso il primo capitolo giudiziario sul duplice omicidio dei fratelli Vincenzo e Giuseppe Loielo, uccisi a Gerocarne il 22 aprile 2002, in una strada interpoderale mentre erano ancora nella loro auto, crivellata da colpi di fucile.

La Corte di Assise di Catanzaro, dopo circa sei ore di camera di consiglio, ha sentenziato il carcere a vita per Bruno Emanuele, considerato dagli inquirenti al vertice dell’omonimo clan delle Preserre, e per il suo braccio destro Vincenzo Bartone. I giudici di prime cure hanno scagionato Gaetano Emanuele e Franco Idà, rispettivamente fratello e cognato di Bruno Emanuele, e Giovanni Loielo, cugino dei fratelli Loielo, accusato invece degli omicidi di Raffaele Fatiga e Rocco Maiolo, quest’ultimo presunto boss di Acquaro e, all’epoca dei fatti, contrapposto proprio ai Loielo.

Ha retto in buona parte l’impianto accusatorio del pm Marisa Manzini, che al termine della requisitoria però aveva chiesto l’ergastolo anche per Loielo. Tra le contestazioni mosse agli imputati c’è anche quella relativa ai tentati omicidi ai danni delle stesse vittime. Sì perché la duplice esecuzione dei Loielo non fu semplice da portare a termine se non dopo tre tentativi mai andati a segno e che risalgono al 25 marzo, all’ 8 aprile e al 15 aprile del 2002.

Tutti e quattro erano stati arrestati nell’ambito dell’operazione “Luce nei boschi”, nata per interrompere la spirale di sangue che a più riprese erano stati registrati nel territorio. Fatti di sangue determinati dalla volontà, secondo la Dda di Catanzaro, di togliere di mezzo coloro i quali avrebbero potuto impedire l’ascesa del nuovo gruppo criminale che si rivelerà capace di assicurarsi spazi di potere illimitato. Sono state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio Forastefano, 41enne originario di Cassano Jonio (Cosenza) a permettere agli inquirenti di chiudere il cerchio sul duplice omicidio.

Vincenzo Bartone (difeso dai legali Enzo Galeota e Gianni Russano) e Franco Idà (difeso dai legali Enzo Galeota, Giancarlo Pittelli e Antonella Stratoti) si sarebbero occupati delle attività di supporto, provvedendo ad accompagnare Antonio Forastefano e Bruno Emanuele (assistito dai legali Galeota e Pittelli) a casa delle vittime per studiarne i movimenti. Poi Bartone, Idà e Gaetano Emanuele (rappresentato dai legali Gaeleota e Giuseppe Di Rienzo) avrebbero raggiunto gli esecutori dopo la commissione del delitto portando abiti asciutti e riaccompagnando Forastefano, reo confesso già condannato per il duplice delitto, nella propria zona di origine. Nell’ordinanza dell’operazione della Dda del capoluogo calabrese, Lights in The Woods 2, il boss cassanese ricostruisce la duplice esecuzione.

«Io ed Emanuele abbiamo percorso una strada di montagna in serata ed ivi abbiamo atteso il sopraggiungere delle due vittime, la mattina successiva». Un’intera notte, fermi in un’auto su una strada delle Serre vibonesi, perché la missione doveva essere portata a termine ad ogni costo. «Ci siamo appostati là – riferisce Forastefano ai magistrati della Dda di Catanzaro – tutta la notte. Siamo stati in macchina e abbiamo aspettato la mattina. Che ora era io non lo so di preciso, comunque pioveva, mi ricordo che pioveva, pioveva un po` si e un po` no. Comunque niente, arriva la telefonata e dice “stanno arrivando”».

In effetti, l’eliminazione dei fratelli Loielo – secondo quanto ricostruiscono i magistrati nelle 545 pagine dell’ordinanza – che rappresentato uno spartiacque fondamentale nella faida tra i Maiolo, gruppo criminale di cui Emanuele faceva parte, e la cosca egemone nella zona, quella dei Loielo. Forastefano, che sarebbe entrato in contatto con i clan vibonesi dopo aver cogestito da Cassano il traffico di diverse partite di droga, si è soffermato su altri dettagli dell’agguato e la veridicità delle sue affermazioni secondo gli inquirenti arriva quando il boss cosentino, diventato poi collaboratore di giustizia parla di una circostanza che solo chi era presente la mattina dell’agguato poteva conoscere. «La sim e il telefonino – scrivono i magistrati – venivano smarriti da Bruno Emanuele sul luogo del duplice omicidio», così come riferisce il pentito.

I fratelli Loielo vanno incontro all`appuntamento con la morte percorrendo una strada tra i boschi di Gerocarne. «Io – prosegue Forastefano – avevo il compito di beccare l’autista, siccome che… diciamo che… la mira ce lavevo proprio bene io. Io avevo il compito di fermare la macchina, la Panda che ci veniva incontro». L’omicidio dei fratelli Loielo che verrà scoperto solo il pomeriggio successivo, costituì l’occasione per la famiglia Emanuele di porsi al vertice del clan Maiolo-Emanuele.

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