La strage di Sant’Onofrio ed i permessi negati a Matina: una storia ancora da scrivere

La Cassazione respinge il ricorso e ritiene tuttora non chiariti diversi aspetti del fatto di sangue che il 6 gennaio 1991 provocò due morti e nove feriti. Ecco la ricostruzione di una delle pagine più nere della storia criminale del Vibonese

La Cassazione respinge il ricorso e ritiene tuttora non chiariti diversi aspetti del fatto di sangue che il 6 gennaio 1991 provocò due morti e nove feriti. Ecco la ricostruzione di una delle pagine più nere della storia criminale del Vibonese

Informazione pubblicitaria

Rigettato dalla prima sezione penale della Cassazione il ricorso di Pasquale Matina, 64 anni, condannato all’ergastolo quale mandante della c.d. “strage dell’Epifania di Sant’Onofrio” commessa nel 1991 nella piazza principale del paese e costata due morti innocenti e nove feriti. Pasquale Matina aveva presentato un ricorso contro l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna secondo il quale la ricostruzione della strage era stata possibile grazie alla collaborazione di uno dei correi (Rosario Michienzi), il quale aveva consentito di scoprire che la masseria di Pasquale Matina era una base logistica della cosca, dove si riunivano gli affiliati e dove erano custodite armi e munizioni, che proprio Pasquale Matina “prelevava e provava: di conseguenza, egli era un soggetto di ruolo rilevante nella cosca”. I giudici del Tribunale di Sorveglianza di Bologna avevano poi sottolineato che Pasquale  Matina “sta espiando la pena per un delitto di natura ostativa per cui soltanto per errore in passato aveva fruito di permessi”. Era stata poi rimarcata la circostanza “che non era stata mai appurata la provenienza e la consistenza delle armi utilizzate nella strage, per cui molti aspetti della vicenda criminosa non erano stati accertati e da qui il fatto che la collaborazione con la giustizia non è “inesigibile ed impossibile” come sostenuto da Pasquale Matina, visto che diversi sono ancora i lati oscuri della strage che, in teoria, potrebbero essere chiariti proprio da Paquale Matina. Per i giudici, infatti, Pasquale Matina è tuttora in “possesso di un bagaglio di conoscenze delle quali nulla ha rilevato, sicchè residua uno spazio utile collaborativo”. Da qui il rigetto del ricorso di Pasquale Matina che aveva equiparato “la collaborazione effettiva alla collaborazione “impossibile” o “inesigibile”: quelle condizioni, cioè, inizialmente individuate dalla giurisprudenza costituzionale come equipollenti alla collaborazione effettiva ai fini della rimozione della preclusione all’accesso ai benefici penitenziari. Da ricordare che nel giugno del 2011 nel carcere di Spoleto si è tolto la vita Nazzareno Matina, di Stefanaconi, fratello di Pasquale ed anche lui condannato all’ergastolo (unitamente a Rosario Petrolo) dalla Corte d’Assise di Catanzaro per la strage dell’Epifania di Sant’Onofrio avvenuta il 6 gennaio 1991. [Continua dopo la pubblicità]

Cronistoria della strage. Due morti, nove feriti ed un dolore che non si cancella. Neanche a distanza di così tanto tempo. Troppo eclatanti le modalità della follia criminale, troppo vistose le ferite inferte ad un’intera comunità che stenta ancora ad affrancarsi dalle logiche mafiose. E’ la mattina del 6 gennaio 1991 e per Sant’Onofrio è il giorno più nero della sua storia recente. Un commando composto da quattro sicari armati di mitra e pistole irrompe nella piazza principale del paese, affollata in quel momento di persone appena uscite dalla chiesa. La festa dell’Epifania viene spezzata dagli spari improvvisi, che sembrano non finire mai. In un fuggi-fuggi generale, in una pozza di sangue restano a terra due morti e ben nove feriti, tutti onesti cittadini Sant’Onofrio ed estranei allo scontro fra i clan. E’ la “strage dell’Epifania”: un vero e proprio raid punitivo ordinato dal clan Petrolo-Matina-Bartolotta contro alcuni familiari del clan Bonavota, erroneamente ritenuti presenti quel giorno in piazza. Nell’occasione, l’autovettura adoperata dal commando omicida viene intercettata da una pattuglia dei carabinieri e bloccata nei pressi delle case popolari di Pizzo.

A bordo viene individuato un solo uomo, poi identificato in Rosario Michienzi, di Stefanachello, una contrada fra Stefanaconi e Sant’Onofrio. Nei giorni successivi, Michienzi indica i nomi dei componenti del gruppo di fuoco ed offre la spiegazione di un delitto tanto efferato, ascrivendolo al clan Petrolo ed, in particolare, ai mandanti Rosario Petrolo, detto “Sarino da Petrara”, ai fratelli Nazzareno e Pasquale Matina, soprannominati “I Sabini”, entrambi di Stefanaconi, ed a Gerardo D’Urzo (anche lui futuro collaboratore di giustizia), di Sant’Onofrio, tutti arrestati il 10 gennaio successivo, unitamente ad Antonio Bartolotta di Stefanaconi. Viene svelata anche la causale della strage, da individuarsi nella determinazione dei Petrolo-Matina, “famiglie” unite al clan di Stefanaconi guidato da Nicola Bartolotta, di dare una risposta all’omicidio di Domenico Moscato, ucciso il 3 gennaio 1991 ed attribuibile, secondo le dichiarazioni di Michienzi e poi le sentenze, alla consorteria rivale dei Bonavota. Il clan Petrolo, al culmine di uno scontro iniziato nella metà degli anni ’80, programma così il duplice omicidio di Rosario Cugliari (già sfuggito ad un precedente agguato) e Antonio Lo Preiato, parenti degli stessi Bonavota “e – si legge nelle sentenze e nella ricostruzione degli inquirenti – previsti come presenti quel giorno in piazza”. La sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Catanzaro arriva il 22 maggio del 1992: ergastolo per Petrolo, D’Urzo, Bartolotta ed i fratelli Matina, 8 anni e sei mesi, invece, per Rosario Michienzi, divenuto collaboratore di giustizia. Nessun parente delle due vittime si costituisce parte civile nei processi. Il 6 maggio del 1993, però, la Corte d’Assise d’appello, a causa della mancata citazione in aula del fratello di una delle vittime della strage, annulla gli ergastoli. Tutto da rifare, nuovo processo in Appello, ancora condanne ed ergastoli divenuti definitivi nel 1996. Le sentenze sull’efferato fatto di sangue svelano l’esistenza di due sottostrutture operanti all’interno del “locale di ‘ndrangheta” di Stefanaconi e Sant’Onofrio: “la società maggiore” di Stefanaconi, e la “società minore” operante anche su Sant’Onofrio che, per ogni affare illecito, deve versare una percentuale alla “maggiore”. L’inizio della faida viene fatto risalire alla volontà di Vincenzo Bonavota (defunto padre di Pasquale e Domenico Bonavota, attualmente irreperibili e ritenuti alla guida del clan) di non dividere i proventi illeciti con i Matina-Petrolo-Bartolotta, raggruppamento sotterraneamente appoggiato dalla “maggiore” guidata, secondo Michienzi e gli inquirenti, dai Lopreiato di Stefanaconi, parenti degli stessi Matina. I Lopreiato, però, usciranno indenni da tutte le accuse. Buona parte della storia criminale di Stefanaconi e Sant’Onofrio – a distanza di tanti anni e nonostante la recente operazione “Conquista” contro il clan Bonavota – aspetta ancora di essere scritta.

LEGGI ANCHE: ‘Ndrangheta: la strage di contrada Cocari a Vibo nelle dichiarazioni del pentito Giampà

‘Ndrangheta: i locali di Piscopio e Sant’Onofrio nelle dichiarazioni del pentito Moscato – Video

‘Ndrangheta: inchiesta contro il clan Bonavota-Arone, i nuovi indagati e i legami insospettabili

‘Ndrangheta: il clan Arone-Bonavota e le pressioni sugli amministratori in Piemonte

‘Ndrangheta: Mantella e le missioni di morte a Torino per favorire i Bonavota

‘Ndrangheta: si danno alla “macchia” Pasquale e Domenico Bonavota