Lite al parcheggio di Pizzo, parla il presunto aggressore: «Sono io la vittima» – Video

L’altro protagonista dell’alterco con un automobilista vibonese espone la sua versione dei fatti e, dopo aver ottenuto il diritto di replica, ci notifica una strana querela...

L’altro protagonista dell’alterco con un automobilista vibonese espone la sua versione dei fatti e, dopo aver ottenuto il diritto di replica, ci notifica una strana querela...

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C’è un’altra versione della lite avvenuta in un parcheggio di Pizzo, il 21 luglio, e questa volta a parlare è il presunto parcheggiatore abusivo che, ovviamente, smentisce. Tramite il suo avvocato, Pasqualfabrizio Alessandro Augusto Francica Mayo di Panaia del foro di Vibo Valentia, l’uomo ci ha chiesto di poter replicare all’automobilista vibonese che, in un precedente servizio, aveva detto di essere lui la vittima dell’aggressione. «Uno mi ha colpito al capo e l’altro è andato a prendere una pala in macchina tirandomela in testa», dichiara spiegando di essere stato lui a chiamare i carabinieri, tramite un vicino, e di aver rimediato diversi punti di sutura alla fronte.

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Fin qui la replica, solo che successivamente – dopo aver chiesto e ottenuto la copia di quella che pensavamo essere la denuncia per l’aggressione – scopriamo che l’intervistato, il giorno prima dell’incontro nello studio del suo avvocato, aveva presentato una querela contro di noi per i reati di diffamazione e diffamazione a mezzo stampa, nell’ambito di un esposto in cui lamentava di essere stato aggredito quella sera, senza fare il nome dell’automobilista con cui avrebbe avuto l’alterco. Scopriamo quasi in presa diretta di aver commesso un reato, secondo l’intervistato, e ci accorgiamo che la dichiarazione presentata alla Procura di Vibo Valentia e ai carabinieri di Pizzo è un atto autonomo, sganciato, dall’indagine sui fatti di quella notte. Saranno ovviamente gli investigatori a fare luce sull’accaduto, ma certo sembra una bizzarrìa misteriosa questa nella quale dopo aver ottenuto la certezza di un diritto di replica che potevamo anche non asseverare (il primo servizio, come il secondo del resto, è andato in onda celando l’identità dell’intervistato e senza riferire particolari che possano far riconoscere la controparte), si va a denunciare la libertà di stampa, con nome e cognome, e non colui il quale si ritiene un aggressore violento. Scopriamo inoltre che allegati alla querela che ha come oggetto il sospetto reato commesso dai giornalisti, viene allegato anche un inutile certificato medico che attesterebbe l’esito sanitario della notte di follia – 7 punti di sutura inquadrati dalla nostra telecamera, anche se l’intervistato a microfono spento se ne ricorda 8 – generando una confusione che, a questo punto, può costituire un elemento d’indagine.