Clan e strategie: l’interesse della ‘ndrangheta per Santa Domenica di Ricadi

Dall’inchiesta “Libro Nero” i riferimenti all’apertura del “locale” collegato ai Libri di Cannavò. Dalla cattura del latitante Domenico Crea sino agli interessi delle cosche del Vibonese

Dall’inchiesta “Libro Nero” i riferimenti all’apertura del “locale” collegato ai Libri di Cannavò. Dalla cattura del latitante Domenico Crea sino agli interessi delle cosche del Vibonese

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Continua ad essere considerato un luogo strategico ed importante dalla ‘ndrangheta reggina e vibonese il territorio di Santa Domenica di Ricadi dove venerdì, alle prime luci dell’alba, gli uomini della Squadra Mobile di Reggio Calabria hanno arrestato il latitante Domenico Crea, 37 anni, ritenuto fra gli esponenti di spicco dell’omonimo clan di Rizziconi. Deve scontare 21 anni di reclusione ed aveva scelto proprio la località turistica confinante con Tropea quale suo rifugio e della propria famiglia (moglie e due figlie minori che si trovavano con lui al momento dell’arresto). Ma perché il latitante aveva scelto proprio tale centro della costa vibonese per sfuggire alla giustizia? I particolari più interessanti su tale zona, dove sarebbe stato costituito un vero e proprio “locale” di ‘ndrangheta, arrivano dall’operazione “Libro Nero” che mercoledì scorso ha inferto un duro colpo allo storico clan Libri di Reggio Calabria finendo per inguaiare pure due consiglieri regionali ed un ex assessore: Alessandro Nicolò di Fratelli d’Italia, ex Forza Italia (finito in carcere), il capogruppo del Pd in Consiglio regionale Seby Romeo (arresti domiciliari) e l’ex assessore regionale del Pd Demetrio Naccari Carlizzi (indagato a piede libero).

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Spulciando fra le carte dell’inchiesta “Libro Nero” si scopre infatti che nei dialoghi intercettati dalla polizia si parla pure dell’esistenza di un “locale di ‘ndrangheta a Santa Domenica di Ricadi collegato con i Libri di Cannavò”. A riferirlo nelle intercettazioni è Giuseppe Demetrio Tortorella, medico odontoiatra, ex assessore all’urbanistica negli anni ’90 al Comune di Reggio Calabria ed ora ritenuto lo stratega politico del clan Libri e per questo arrestato. “So che andavano da Cannavò per battezzare le persone, andavano da Cannavò – afferma nei dialoghi captati con il suo interlocutore – e quel locale di Santa Domenica di Ricadi è collegato con i Libri di Cannavò perché loro lo hanno aperto quel locale”. Una novità assoluta, posto che sinora dell’apertura negli anni ’80 del locale di ‘ndrangheta a Santa Domenica di Ricadi aveva parlato solo il pentito Francesco Fonti di Bovalino (divenuto famoso per le sue dichiarazioni sulle “Navi dei veleni” affondate nel Mediterraneo) indicando nei Carone i capibastone locali autorizzati da San Luca.  [Continua dopo la pubblicità]

Molto più recentemente, invece, gli assetti mafiosi su Santa Domenica di Ricadi sono stati delineati nella sentenza con la quale la Cassazione (operazione “Peter Pan”) nel novembre del 2017 ha condannato all’ergastolo Pasquale Quaranta, 56 anni, ritenuto il mandante dell’omicidio di Saverio Carone e dei tentati omicidi di Ivano Pizzarelli e Pietro Carone. L’omicidio di Saverio Carone è avvenuto a Santa Domenica di Ricadi il 12 marzo 2004, mentre i tentati omicidi di Ivano Pizzarelli e Pietro Carone (quest’ultimo poi ucciso in altro agguato rimasto allo stato impunito) portano le date del 30 novembre 2002 a Tropea (riqualificato dalla Corte in primo grado nel reato di tentate lesioni personali aggravate) e del 6 giugno 2004 a Santa Domenica. Pasquale Quaranta è stato indicato dagli inquirenti, e poi dalle sentenze, come il nuovo boss di Santa Domenica di Ricadi nonchè personaggio inserito nel più potente clan dei La Rosa di Tropea. La strategia messa in piedi da Pasquale Quaranta sarebbe stata quella di conquistare il territorio di Santa Domenica azzerando il potere della famiglia Carone. Al centro della “contesa”, anche il predominio per “lo sfruttamento dell’opportunità economica rappresentata – così si legge in sentenza – dai lavori di metanizzazione già deliberati dall’Italgas”. Il gruppo La Rosa, a cui Pasquale Quaranta apparteneva, secondo i magistrati aveva infatti deciso di scalzare Saverio Carone, ritenuto dalle risultanze investigative “l’imprenditore locale che aveva il controllo sui lavori”. I fratelli Pietro e Saverio Carone ed Ivano Pizzarelli avrebbero fatto riferimento – ad avviso degli inquirenti – all’articolazione del clan Mancuso facente capo a Domenico Mancuso (figlio del boss Giuseppe Mancuso, cl. ‘49) ed allo zio Francesco Mancuso, detto “Tabacco”. Tale articolazione mafiosa si sarebbe contrapposta al clan La Rosa di Tropea – di cui Pasquale Quaranta faceva parte – capeggiato dai fratelli Antonio La Rosa, detto “Ciondolino”, e Francesco La Rosa, alias “U Bimbu”. I La Rosa si sarebbero a loro volta alleati all’articolazione della cosca Mancuso facente capo ai boss Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, e Cosmo Michele Mancuso.    In foto dall’alto in basso: Domenico Crea, Saverio Carone e Pasquale Quaranta

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