‘Ndrangheta: continuazione dei reati respinta per il boss Tripodi

La Cassazione rigetta il ricorso del capo dell’omonimo clan di Portosalvo, già condannato nell’operazione “Lybra”

La Cassazione rigetta il ricorso del capo dell’omonimo clan di Portosalvo, già condannato nell’operazione “Lybra”

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E’ stato respinto dalla Cassazione, in quanto dichiarato inammissibile, il ricorso del boss di Portosalvo Nicola Tripodi, 71 anni, avverso l’ordinanza con la quale la Corte d’Appello di Catanzaro l’11 aprile 2018 ha rigettato la richiesta di applicazione del regime della continuazione in relazione a due sentenze passate in giudicato. Una è quella, divenuta definitiva in Cassazione il 22 settembre 2017, relativa all’operazione “Lybra” dove Nicola Tripodi ha rimediato 8 anni di reclusione per il reato di associazione mafiosa in qualità di capo e promotore dell’omonimo clan della ‘ndrangheta attivo a Portosalvo, Vibo Marina e Roma. L’altra sentenza è stata emessa dal Tribunale di Vibo Valentia e riguarda un’assoluzione per il reato di estorsione. La Corte d’Appello di Catanzaro ha evidenziato che il riconoscimento della continuazione in fase esecutiva richiede l’esistenza di fatti oggetto di distinte pronunce di condanna e che pertanto nel caso di specie “sono risultati mancanti i presupposti normativi di applicazione della disciplina del reato continuato”. 

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Avverso tale ordinanza Nicola Tripodi ha proposto ricorso in Cassazione, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione, dolendosi del mancato riconoscimento del “vincolo soggettivo” tra il delitto di associazione per delinquere di tipo mafioso oggetto di condanna e l’estorsione oggetto di assoluzione, non ostando ad esso, secondo Tripodi, “la circostanza che la permanenza del reato associativo fosse successiva alla detenzione sofferta”. Si invocava, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata. Per la Suprema Corte, però, la richiesta di unificazione dei reati chiesta da Nicola Tripodi non presenta i requisiti normativamente richiesti, anologamente a quanto sostenuto dalla Corte d’Appello di Catanzaro, e da qui l’inammissibilità del suo ricorso.                                                               L’operazione Lybra, scattata nel maggio del 2013, era stata coordinata dall’allora pm della Dda di Catanzaro, Pierpaolo Bruni (oggi procuratore capo a Paola), mentre la parte più significativa dell’inchiesta era stata condotta dai carabinieri della Stazione di Vibo Valentia, guidati all’epoca dal luogotenente Nazzareno Lopreiato, e poi dai militari dell’Arma del Nucleo investigativo di Vibo. Inizialmente legato inizialmente a doppio-filo ai Mancuso di Limbadi, il clan Tripodi è uscito vincente dalla faida con i Covato di Portosalvo per poi muoversi in perfetta autonomia e divenire negli ultimi anni punto di riferimento criminale persino per il nascente clan dei Piscopisani, pronto ad “omaggiare” il boss Nicola Tripodi – come svelato dal collaboratore di giustizia Raffaele Moscato – in occasione dei suoi rientri da Roma in occasione della festa patronale di Portosalvo. A Roma i Tripodi avrebbero invece stretto solide alleanze con i Bonavota di Sant’Onofrio, pure loro presenti nel Lazio, e poi con i Gallace di Guardavalle, operanti fra Anzio e Nettuno, e quindi con gli Alvaro di Sinopoli che a Roma sono da sempre di casa.

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