Narcotraffico: nel Vibonese la raffineria per la cocaina

Depositate dalla Cassazione le motivazioni della sentenza "Overing" che ha accertato l’esistenza dell’attività estrattiva dello stupefacente a Spilinga
Depositate dalla Cassazione le motivazioni della sentenza "Overing" che ha accertato l’esistenza dell’attività estrattiva dello stupefacente a Spilinga
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Sono state depositate dalla sesta sezione penale della Cassazione le motivazioni della sentenza del troncone in abbreviato del processo nato dall’operazione “Overing” contro il narcotraffico internazionale di cocaina. Un’inchiesta condotta dai carabinieri del Ros, coordinati dalla Dda di Catanzaro, che ha portato a condanne anche nei confronti di diversi imputati vibonesi, accusati di aver importato svariati chili di cocaina nel territorio italiano dal Sud America in accordo con i reggini. Nel corso dell’operazione, scattata nel luglio del 2015, è stata scoperta una raffineria per la lavorazione della cocaina, ubicata all’interno di un casolare di campagna a Panaia di Spilinga di proprietà del vibonese Domenico Cino, 66 anni, del luogo, condannato in appello a 16 anni e che nel novembre scorso si è visto annullare con rinvio dalla Cassazione la condanna per il reato di associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico.

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Proprio  Domenico Cino è stato indicato dall’accusa come il promotore, direttore, organizzatore e finanziatore dell’associazione dedita all’importazione in Italia di ingenti quantitativi di cocaina forniti dai ‘cartelli’ colombiani e trasportati attraverso il Venezuela, l’Argentina e la Spagna.

Per la Cassazione, però, nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro “non risulta affatto definito quale siano i dati informativi ai quali ancorare probatoriamente l’affermazione circa l’esistenza di un’organizzazione strutturale, funzionale alla realizzazione di una serie indeterminata di delitti, nella consapevolezza, da parte di singoli associati, di far parte di un sodalizio durevole e di essere disponibili ad operare nel tempo per l’attuazione del programma criminoso comune. Ciò tenuto conto che – sottolinea la Suprema Corte – il collaboratore di giustizia Domenico Trimboli aveva, invero, parlato dell’esistenza di altre strutture organizzate, quelle facenti capo ai c.d. ‘cartelli’ dei fornitori di cocaina colombiani e aveva precisato di avere avuto rapporti esclusivamente con Fabrizio Cortese di San Gregorio d’Ippona il quale, a suo dire, si avvaleva della collaborazione del fratello Francesco Cortese (che Trimboli neppure aveva conosciuto), mentre gli aveva accennato di poter beneficiare di una qualche forma di collaborazione da parte degli affiliati ad un clan ‘ndranghetistico (indicato come facente capo ad una delle ‘famiglie’, quella degli Alvaro, che “controllavano l’area di parcheggio” del porto di Gioia Tauro), di cui non vi è altra traccia fattuale nella motivazione della sentenza”.

Se è provata, dunque, l’importazione di svariati chili di cocaina, per la Cassazione non è ben motivata e non appare provata l’esistenza di una stabile associazione a delinquere.

Il chimico per l’estrazione della cocaina nel Vibonese. Appare invece provato che Fabrizio Cortese,  47 anni, di San Gregorio d’Ippona (condannato in appello a 15 anni ed 8 mesi ed anche per lui ora annullamento con rinvio per la sola accusa di associazione a delinquere) aveva acquisito un quantitativo di sostanza stupefacente liquida contenuta in una amaca, per la cui estrazione era stato necessario far giungere in Calabria un chimico (il ‘professore’) capace di effettuare l’attività di recupero della droga. L’amaca era stata custodita in una casa rurale di Pania di Spilinga da Domenico Cino il quale, a partire dal febbraio del 2006, aveva avuto frequenti rapporti con Fabrizio Cortese, in compagnia del quale (unitamente a Rocco Logozzo di 51 anni, di Marina di Gioiosa (condannato in appello a 7 anni e 4 mesi, ed anche per lui annullamento con rinvio), si era recato a Madrid per incontrare i fornitori di altre partite di cocaina. L’esperto cui affidare il compito di estrazione della droga dall’amaca era tale Parada Uzcategui, che era stato contattato proprio da Domenico Cino, d’intesa con Fabrizio Cortese e con Logozzo (il quale aveva significativamente finito per ammettere che nel casolare era stata eseguita l’attività di estrazione della cocaina). Cino, Cortese e Parada sono stati poi registrati mentre discutevano della scarsa qualità della sostanza estratta.

Riguardo invece alla posizione di Saverio Patania, 43 anni, di Stefanaconi, condannato a 3 anni e 4 mesi (e coinvolto pure nella faida di Stefanaconi e contro il clan dei Piscopisani) per la Cassazione è provato il suo concorso nell’acquisto di una partita di cocaina del peso di circa due chili, in parte sequestrata dagli inquirenti al casello autostradale di Milano-Melegnano.

Gli altri condannati sono: Elio Dell’Unto, 68 anni, di Aprilia (6 anni); Domenico Trimboli, 65 anni, di Platì, dal 2015 collaboratore di giustizia e ritenuto uno dei più grandi broker della cocaina al servizio della ‘ndrangheta (5 anni e 8 mesi); il colombiano Bernardo Piritoba Garnica (4 anni); Alberto Tabares (5 anni).

Annullamento con rinvio, invece, anche per: Francesco Cortese, 50 anni, di San Gregorio d’Ippona (condannato a 14 anni ed 8 mesi); Salvatore Jacopetta, 61 anni, di Gioiosa Jonica (condannato in appello a 4 anni e 18mila euro di multa) e Roberto Piras, 76 anni, di La Spezia (condannato in appello a 4 anni, 4 mesi e 18.600 euro).