sabato,Maggio 15 2021

Droga nelle Serre vibonesi, nove condanne

Fra gli imputati, anche Emanuele Mancuso che dal 18 giugno 2018 ha deciso di collaborare con la giustizia

Droga nelle Serre vibonesi, nove condanne

Nove condanne nel processo con rito abbreviato nato dall’inchiesta sullo spaccio di droga nelle Serre vibonesi condotta dai carabinieri del Norm di Serra San Bruno con il coordinamento del pm Filomena Aliberti e scattata nel giugno del 2017.

Questa la sentenza:un anno e 4 mesi e tremila euro di multa per Emanuele Mancuso di Nicotera (attuale collaboratore di giustizia nei confronti del quale il pm aveva chiesto 2 anni e 10 mesi); 4 anni e 6 mesi, più 16mila euro di multa per il 37enne Damiano Mamone di Serra San Bruno (5 anni, 10 mesi e 23mila euro la richiesta del pm); 4 anni, 2 mesi e 12mila euro di multa per il 30enne Simone Musolino di Brognaturo (5 anni, 8 mesi e 20mila euro la richiesta dell’accusa); 2 anni, 10 mesi e 7mila euro per il 24enne Cristian Francesco Valenti di Serra San Bruno (stessa richiesta del pm); un anno e 4 mesi, più tremila euro per il 30enne Vincenzo Tino di Capistrano (2 anni e 10 mesi la richiesta); un anno e 2 mesi per il 30enne Francesco Cannizzaro, di Sant’Eufemia d’Aspromonte (5 anni e 4 mesi, più 18mila euro di multa); un anno e duemila euro di multa ciascuno per il 32enne Manuel Delfino di Reggio Calabria, Giuseppe Gamo, 30 anni, di Spadola e per Piera Tounsi, 26 anni, di Suzzana (Mn). [Continua dopo la pubblicità]

L’inchiesta dei carabinieri del Norm di Serra San Bruno ha permesso di disarticolare una rete di spacciatori attiva nelle Serre vibonesi con diramazioni pure nel Soveratese, nel Reggino ed in altre zone d’Italia. La rete di spaccio avrebbe inondato di hashish, marijuana, e in alcuni casi anche di cocaina, le “piazze” di Serra San Bruno, delle Serre e del Soveratese, contando su solidi canali di approvvigionamento e su una capillare distribuzione sul territorio. Il tutto coordinato attraverso uno strumento comunissimo quanto fallace: una chat di WhatsApp. Ed è stato proprio il noto dispositivo di messaggistica a tradire i componenti del gruppo, senza alcuna posizione verticistica o componente associativa. Gruppo con il quale sarebbe entrato in rapporti anche Emanuele Mancuso, figlio del boss Pantaleone Mancuso, alias “l’Ingegnere”, che nel giugno del 2018 ha deciso di “saltare il fosso” ed iniziare a collaborare con la Dda di Catanzaro.

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