I tentacoli dei Mancuso su Roma, tra ‘ndrangheta e “Mafia capitale”

È in corso nella Capitale il processo che vede alla sbarra i ras delle cooperative Buzzi e Carminati. Sotto la lente dei giudici i legami con il clan di Limbadi e lo scambio di favori nel “mondo di mezzo”.

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È in corso nella Capitale il processo che vede alla sbarra i ras delle cooperative Buzzi e Carminati. Sotto la lente dei giudici i legami con il clan di Limbadi e lo scambio di favori nel “mondo di mezzo”.

Una delle intercettazioni ambientali operate al Ros dei Carabinieri
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«In quella rete là comandano loro, poi in questa rete qua comandiamo noi!». “Loro” sono la cosca dei Mancuso, “noi” il mondo di mezzo capitolino che proprio ieri si è seduto al banco degli imputati davanti alla decima sezione penale del Tribunale di Roma. Una frase, che secondo Flavia Costantini dimostra plasticamente il rapporto paritario tra le due organizzazioni criminali. Le parole captate dai Ros le pronuncia Salvatore Ruggiero che insieme con Rocco Rotolo avrebbe fatto da anello di congiunzione tra la ‘ndrangheta e il “clan” di Buzzi e Carminati. Il rapporto tra i due gruppi criminali si basava su un accordo: Buzzi godeva della protezione della ‘ndrangheta nei suoi affari in Calabria mentre il clan Mancuso inviava su Roma un proprio emissario, Giovanni Campennì al quale – tramite la creazione della Santo Stefano Onlus – veniva affidato l’appalto per la pulizia del mercato Esquilino.

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Secondo il gip la nascita del rapporto tra le due organizzazioni criminali era sorto a seguito di un “favore” chiesto da “Mafia Capitale” ai Mancuso affinché garantissero protezione alle cooperative di Buzzi che si occupavano dell’assistenza dei migranti in Calabria. Infatti, fra il 2008 e il 2009 la Cooperativa 29 giugno di Buzzi ha gestito il Cara di Cropani Marina. L’appalto prevedeva uno stanziamento complessivo di circa 1,3 milioni di euro per l’accoglienza di circa 240 immigrati. È Buzzi stesso a raccontare quanto quelle amicizie calabresi erano state preziose per i suoi affari :«Allora io te dico, quando io stavo a Cropani io… scendevo er pomeriggio, salivo su la mattina e ripartivo er pomeriggio… parlavo con il Prefetto, parlavo con tutti, parlavo con la ‘ndrangheta… parlavo con tutti. E poi risalivo su».

Secondo quanto si legge nelle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare sono proprio Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero a spiegare come è nata l’alleanza tra i due gruppi criminali. I due raccontano di essersi recati in Calabria – per conto di Buzzi – a chiedere la collaborazione della cosca Mancuso, il che era stato possibile grazie all’intermediazione della famiglia Piromalli di Gioia Tauro, città natale del Rotolo e Ruggiero: «Quando siamo and… quando siamo andati giù… lui è paesano mio… l’amico mio e via dicendo… e dico, perché è paesano mio, siamo andati… ma c’hanno mandato… Rotolo, lui, è il nipote di Peppe Piromalli… siamo andati… così funziona dai Mancusi, il perno centrale che comanda… capito…».

I Mancuso in cambio del loro intervento avrebbero mandato come loro rappresentante a Roma Giovanni Campennì, loro parente, uomo di fiducia e “pulito nella legge” che entrerà a far parte della nuova cooperativa di Buzzi, la Santa Stefano Onlus. «Tu sarai il presidente de questa cooperativa de ‘ndranghetisti». Dice Buzzi a Campennì. Parole difficili da fraintendere.

Nel corso della fase istruttoria del processo, l’alleanza tra il mondo di mezzo capitolino e la ‘ndrangheta sarà un elemento fondamentale per decidere se il sistema messo in piede da Buzzi e Carminati è – come sostiene il procuratore Giuseppe Pignatone – una vera e propria mafia. Sì nuova, sì originale, ma basata su un sistema che non ha nulla da invidiare alle “vecchie” organizzazione mafiose, soprattutto se queste ultime la ritengono un’interlocutrice alla pari.