‘Ndrangheta: ergastolo ostativo e permesso premio da rivedere per il boss Gallace

La Cassazione prende atto della sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità di alcune norme dell’ordinamento penitenziario. Il capoclan delle Preserre sta scontando la pena per uno dei fatti di sangue più cruenti avvenuti in Calabria
La Cassazione prende atto della sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità di alcune norme dell’ordinamento penitenziario. Il capoclan delle Preserre sta scontando la pena per uno dei fatti di sangue più cruenti avvenuti in Calabria
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La Corte di Cassazione
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Giuseppe Russo

Dovrà essere rivista dal Tribunale di Sorveglianza di L’Aquila la richiesta di un permesso premio per Antonio Gallace, 54 anni, nativo di Gerocarne, residente ad Arena, ritenuto fra i principali boss delle Preserre vibonesi. Antonio Gallace è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Russo e ad 8 anni per associazione mafiosa nel processo nato dall’operazione antimafia denominata “Luce nei boschi”. Il delitto di Giuseppe Russo, all’epoca di 22 anni, è uno dei fatti di sangue più cruenti avvenuti nel Vibonese negli ultimi 30 anni. La vittima è stata rapita ad Acquaro e poi uccisa il 15 gennaio 1994 con il cadavere bruciato e rinvenuto in una fossa solo mesi dopo, il 21 marzo 1994, e solo grazie alle rivelazioni di uno dei suoi assassini – Gaetano Albanese di Candidoni – che si decise a collaborare con la giustizia. Le dichiarazioni del pentito permisero di appurare che il rapimento e l’omicidio di Giuseppe Russo venne deciso proprio dal boss Antonio Gallace, che all’epoca esercitava il proprio potere mafioso sul paese di Arena, che non accettava il fidanzamento del giovane con sua cognata. Nel delitto sono rimasti coinvolti anche anche elementi delle “famiglie” Albanese di Candidoni, Oppedisano e Morfei di Monsoreto di Dinami. Nelle sentenze si parla di “visione distorta delle ragioni di onore familiare, tipiche di chi con atteggiamento mafioso vuole dimostrare la supremazia sul territorio”. Un delitto costato ad Antonio Gallace la condanna all’ergastolo.  [Continua]

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Antonio Gallace

E’ stato il Tribunale di Sorveglianza di L’Aquila a rigettare il reclamo di Antonio Gallace per fruire di un permesso premio in quanto i “delitti per i quali sono intervenute le sentenze di condanna hanno natura ostativa alla concessione dei benefici penitenziari, e non rileva che non vi sia stata formale contestazione in giudizio dell’aggravante mafiosa, la cui sussistenza – secondo il Tribunale di Sorveglianza – è ampiamente verificabile attraverso l’esame del contenuto delle sentenze: da esse emerge con chiarezza il contesto mafioso in cui i delitti sono stati commessi”. Ergastolo ostativo, dunque, e come tale insuperabile per ottenere permessi premio senza una collaborazione in ordine ai fatti per i quali Gallace è stato condannato. Alla luce, però, di una recente sentenza della Corte costituzionale, la Suprema Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza impugnata da Antonio Gallace per un nuovo esame da parte del Tribunale di Sorveglianza di L’Aquila. In sostanza, la Cassazione prende atto che la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità delle disposizioni dell’art. 4- bis dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui “non prevedono che ai detenuti per i delitti ostativi possano essere concessi permessi premio anche in assenza di collaborazione con la giustizia, allorché siano stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata che il pericolo di un loro ripristino”. Da qui l’annullamento con rinvio del provvedimento impugnato, in modo che si possa svolgere una nuova fase di merito per l’apprezzamento dei dati di fatto ora proponibili e rilevanti alla luce sentenza della Corte costituzionale.