Omicidio del procuratore Caccia: lettera anomina decisiva per la condanna

Per il delitto dell’ex procuratore di Torino è indagato a piede libero anche Francesco D’Onofrio, originario di Mileto, ex militante di prima Linea e ritenuto vicino alla ‘ndrangheta

Per il delitto dell’ex procuratore di Torino è indagato a piede libero anche Francesco D’Onofrio, originario di Mileto, ex militante di prima Linea e ritenuto vicino alla ‘ndrangheta

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Le conversazioni intercettate in seguito all’invio da parte degli inquirenti di una lettera anonima rappresentano “l’elemento di prova decisivo” a carico di Rocco Schirripa condannato il 17 luglio scorso all’ergastolo per l’omicidio del magistrato Bruno Caccia. Lo scrivono i giudici della Corte d’Assise di Milano (presidente Ilio Mannucci Pacini) nelle 175 pagine di motivazioni alla condanna che ha sancito, almeno per il primo grado, una verità giudiziaria arrivata 34 anni dopo su uno degli esecutori materiali dell’assassinio del procuratore di Torino. Il magistrato venne freddato con quattro colpi di pistola la sera del 26 giugno 1983, mentre portava a spasso il cane sotto casa sua, nel capoluogo piemontese. La missiva fu inviata dagli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal pm Marcello Tatangelo, a Domenico Belfiore, già condannato all’ergastolo per il delitto. “Le conversazioni intercettate a seguito della scarcerazione per motivi di salute di Belfiore – scrivono i giudici – e dopo l’invio della lettera anonima che indicava lo stesso e Rocco Schirripa come esecutori materiali dell’omicidio del dott. Caccia, Placido Barresi e Giuseppe Belfiore come mandanti, rappresentano l’elemento di prova decisivo a carico dell’imputato, riscontrato da un insieme di circostanze che confermano che quei dialoghi hanno come unica spiegazione la sua partecipazione al delitto”. 

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“Il significato dei dialoghi tra Domenico Belfiore, Placido Barresi e Rocco Schirripa – proseguono i magistrati – è emerso in modo chiaro e inconfutabile, attesa la qualita’ della registrazione, la chiarezza delle affermazioni rese dagli interlocutori, la serieta’ degli stessi nell’affrontare l’argomento, la ripetuta e coerente manifestazione di preoccupazione per la lettera anonima e, in particolare, per quel ‘nome in piu” (il nome dell’imputato) che era stato indicato nella lettera”. E sempre riguardo alle intercettazioni, i giudici osservano anche che “in nessun modo in queste conversazioni è stata contestata la falsità dell’indicazione del nome di Schirripa come esecutore dell’omicidio (a differenza di quello di Giuseppe e Sasà  Belfiore), atteso che Belfiore e Barresi avevano immediatamente ritenuto che la stessa aveva potuto avere come origine le ‘confidenze’ e l’imprudenza dell’odierno imputato”. Quanto al trattamento sanzionatorio, “la gravità del delitto (l’omicidio è stato premeditato e compiuto ai danni di un magistrato, a causa dell’esercizio delle sue funzioni), i precedenti penali a carico dell’imputato e la condotta processuale di Rocco Schirripa, escludono che possano riconoscersi le attenuanti generiche“. L’ ex panettiere di 64 anni, sempre presente alle udienze, era stato arrestato il 22 dicembre 2015 proprio sulla base di una serie di dialoghi registrati con un virus inoculato negli smartphone di Belfiore e altri ‘ndranghetisti. Un primo processo era stato ‘annullato’ nel marzo 2015 a causa di un irreparabile errrore procedurale commesso dal pm Tatangelo. Prima della sentenza, Schirripa aveva ribadito la sua innocenza, come ha sempre fatto durante le indagini: “Sono terrone e sono compare di Domenico Belfiore, dunque sono il soggetto perfetto per l’accusa”.

 In Procura è aperta un’inchiesta a carico di Francesco D’Onofrio, 62 anni, di Mileto, ex militante di Prima Linea (in foto) e ritenuto vicino alla ‘ndrangheta, indagato a piede libero come altro esecutore materiale dell’omicidio. (AGI)