Rinascita-Scott: la Cassazione conferma l’impianto accusatorio per diversi imputati

Arrivano le motivazioni della Suprema Corte per alcune delle maggiori posizioni dell’inchiesta: da Maurizio Artusa a Orazio Lo Bianco, da Salvatore Furlano a Domenico Pardea
Arrivano le motivazioni della Suprema Corte per alcune delle maggiori posizioni dell’inchiesta: da Maurizio Artusa a Orazio Lo Bianco, da Salvatore Furlano a Domenico Pardea
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Nicola Gratteri in conferenza stampa
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Orazio Lo Bianco

Arrivano le motivazioni della Cassazione per alcuni dei principali imputati dell’operazione antimafia Rinascita-Scott che confermano l’impianto accusatorio messo in piedi dalla Dda di Catanzaro e dai carabinieri.

Orazio Lo Bianco. Fra i ricorsi dichiarati inammissibili c’è quello di Orazio Lo Bianco, 46 anni, di Vibo Valentia, che prima della camera di consiglio ha di rinunciato al ricorso. In ogni caso la Cassazione nelle motivazioni ha specificato che “la sorte del ricorso non sarebbe mutata in quanto “le doglianze proposte difettano di specificità, essendo integrate da pedisseque repliche dei motivi di riesame, avulse da una concreta lettura critica dell’ordinanza impugnata, e sono imperniate su censure di fatto propositive di una rivisitazione alternativa degli elementi indiziari, la quale, a fronte della completezza e logicità del provvedimento del Riesame, è sottratta a scrutinio di legittimità”. Resta dunque in carcere Orazio Lo Bianco quale partecipe all’associazione mafiosa, inserito nel clan Lo Bianco-Barba e nella ‘ndrina dei c.d. “Cassarola” di Vibo Valentia, nonché di ulteriori reati aggravati dalle modalità e finalità mafiose e in particolare: minaccia a pubblico ufficiale aggravata dal metodo mafioso, intestazione fittizia di imprese di pompe funebri nella disponibilità di fatto dell’attuale latitante Rosario Pugliese, frode nelle pubbliche forniture del materiale per la sepoltura delle salme di alcuni migranti in esecuzione di commesse ricevute dal Comune di Vibo Valentia, turbativa d’asta nella gestione dei servizi cimiteriali, estorsione aggravata, corruzione elettorale, riciclaggio, corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio.

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Umberto Maurizio Artusa

Umberto Maurizio Artusa. Resta in carcere anche l’imprenditore Umberto Maurizio Artusa, 52 anni, di Vibo Valentia, accusato del reato di associazione mafiosa e altri reati come estorsione e turbata libertà degli incanti. In particolare – insieme al fratello Mario, di 54 anni, anche lui in carcere – quali reali ed effettivi amministratori e gestori della società “Ottantasei srl”, con sede legale a Vibo Valentia su Corso Vittorio Emanuele III nr 23, sono accusati di aver reimpiegato denaro del clan Mancuso nell’attività societaria, offrendo abbigliamento a prezzi fortemente scontati, nonché collaborando nella gestione di attività estorsive e nella trasmissione di “imbasciate”, consapevoli “del ruolo svolto sul territorio dalla consorteria e dai suoi associati”, instaurando con l’una e con gli altri un rapporto di reciproci vantaggi, sfruttando la forza di intimidazione della cosca nei rapporti commerciali ed economici con i propri interlocutori.

Per la Cassazione è corretto il coinvolgimento del ricorrente sulla base delle captazioni e delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Giampà, Scriva, Pulice, Mantella che indicano gli Artusa quali collusi con il capoclan Luigi Mancuso. Per la Cassazione è correttol’inquadramento della posizione del ricorrente Artusa nell’ambito della fattispecie della partecipazione all’associazione mafiosa in ragione del ricorso fatto agli appoggi mafiosi per perseguire i suoi obiettivi in cambio di favori ed utilità di vario genere in favore della cosca, in conformità all’orientamento di legittimità secondo il quale integra il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso la condotta dell’imprenditore “colluso” che, senza essere inserito nella struttura organizzativa del sodalizio criminale, instauri con questo un rapporto di reciproci vantaggi, consistenti nell’imporsi sul territorio in posizione dominante e nel far ottenere all’organizzazione risorse, servizi o utilità, mentre si configura il reato di partecipazione all’associazione nel caso in cui l’imprenditore metta consapevolmente la propria impresa a disposizione del sodalizio, di cui condivide metodi e obiettivi, onde rafforzarne il potere economico sul territorio di riferimento.

Salvatore Furlano

Salvatore Furlano. Fra le persone coinvolte nell’operazione Rinascita-Scott c’è Salvatore Furlano, 51 anni, indicato quale commesso del negozio di abbigliamento Giannini a Vibo Valentia e soggetto che sarebbe dedito all’usura. Sul suo conto Bartolomeo Arena ha dichiarato: “Salvatore Furlano, detto Testa o Testazza, è il cugino di Raffaele Franzè, detto lo Svizzero, ha la dote del Vangelo e si tratta di un soggetto che è stato con noi fin dall’inizio, ovvero da quando nel 2012 si è creato il nuovo locale di ‘ndrangheta a Vibo. A Furlano intorno al 2012 incendiarono la macchina e lui sospettava che l’autore fosse stato Sergio Gentile, detto “Toba”, con il quale aveva avuto un disguido all’interno del negozio Giannini, dove Furlano lavorava, in quanto non gli aveva voluto applicare uno sconto maggiore per la vendita di indumenti”.

Per la Suprema Corte, l’intraneità del ricorrente, “senza incorrere in vizi logici e giuridici, è desunta sia dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che dal riscontro esterno costituito dalle emergenze relative al ritrovamento da Furlano della documentazione sulle formule di affiliazione alla ‘ndrangheta”.  

Domenico Pardea

Domenico Pardea. Secondo l’accusa, Domenico Pardea, 53 anni, di Vibo, detto “U Ranisi”, si sarebbe spartito il territorio di Pizzo con Salvatore Mazzotta. Pardea avrebbe mantenuto i collegamenti con la cosca di Filadelfia guidata dai fratelli Rocco e Tommaso Anello. Anche per la Cassazione, Domenico Pardea (accusato anche della detenzione di una pistola) avrebbe un ruolo di sicuro rilievo operativo e funzionale nell’associazione mafiosa, che lo vede agire come quale esponente di spicco del clan Pardea (Ranisi), facente parte del “locale” di Vibo Valentia. Convergenti appaiono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e gli esiti dell’attività di intercettazione che individuano il ricorrente come uno dei due referenti dei clan (l’altro è Mazzotta Salvatore) che si spartivano il comune di Pizzo Calabro vuoi nella commissione delle estorsioni nel florido settore del turismo, vuoi nel commercio di sostanze stupefacenti. I collaboratori Moscato e Mantella riferiscono anche – aggiunge la Cassazione – di un tentativo di omicidio ai danni del Pardea congeniato dai fratelli Vincenzo e Giuseppe Loielo per una partita di droga non pagata”.

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