giovedì,Giugno 17 2021

Rinascita: il cane ucciso a Vibo e il finanziere infedele nei racconti del pentito Camillò

Il nuovo collaboratore di giustizia parla anche di due auto incendiate in città su mandato di Bartolomeo Arena

Rinascita: il cane ucciso a Vibo e il finanziere infedele nei racconti del pentito Camillò
In foto il cucciolo di cane appeso alla maniglia del negozio a Vibo e nel riquadro Michele Camillò
Domenico Macrì

Parla anche di episodi criminali abbastanza recenti avvenuti a Vibo Valentia, il nuovo collaboratore di giustizia Michele Camillò, 38 anni, che ha reso agli inquirenti diversi verbali depositati agli atti dell’inchiesta Rinascita-Scott. E’ il 24 novembre 2018 quando alle ore 8 del mattino alla maniglia di un negozio, in pieno centro città nei pressi di piazza Spogliatore, viene ritrovato appeso con una corda un cucciolo di cane di circa quattro mesi. Ucciso altrove, con le zampe rotte e legato al negozio di proprietà di Massimo Giannini, titolare di altro negozio sul corso denominato “Giannini Moda”. Un episodio che, per la sua crudeltà, ha destato un’ondata di indignazione da parte dell’Enpa e del Movimento animalista. Sugli autori della macabra intimidazione, racconta ora la sua verità Michele Camillò, in un recentissimo verbale reso al pm della Dda di Catanzaro, Antonio De Bernardo, ed ai carabinieri del Ros e del Nucleo Investigativo di Vibo. “Ricordo che qualche tempo fa – racconta il collaboratore di giustizia – fu apposto un cane morto al negozio di Giannini e Bartolomeo Arena voleva sapere chi fosse stato l’autore, presupponendo che si trattasse di Domenico Macrì, di mio nipote Domenico Camillò e di Giuseppe Suriano. Inizialmente questi negarono il loro coinvolgimento, ma successivamente gli stessi mi fecero capire da alcune loro compiaciute esternazioni che erano coinvolti in quel macabro episodio. Da allora ho allontanato mio nipote perché non mi piacevano tali suoi comportamento”. Sull’episodio, al momento, non si evince di più dalle dichiarazioni depositate di Michele Camillò e l’intimidazione non è contestata a Domenico (Mommo) Macrì, 36 anni, Domenico Camillò, 26 anni, e Giuseppe Suriano, 26 anni, tutti di Vibo Valentia e tutti detenuti per altre contestazioni. [Continua]

IL FINANZIERE INFEDELE

Altro “capitolo” aperto grazie alle dichiarazioni di Michele Camillò chiama in causa un finanziere il cui nominativo è al momento coperto da segreto investigativo. Posso riferire sul conto di un finanziere – ha messo a verbale Camillò – che ha avvisato mediante email Costantino Panetta che stavano per eseguire una perquisizione a suo carico, notizia che gli ha consentito di spostare tutti i proventi delittuosi e le prove documentali. So che Panetta praticava l’usura e ogni tanto si sfogava con me quando le sue vittime non pagavano il denaro pattuito. Quest’ultimo e il finanziere erano molto amici.

Inoltre Panetta gli forniva della cocaina, che acquistava da Mommo Macrì e gli veniva consegnata personalmente dal fratello Michele Macrì, mentre in altre occasioni la prendeva da Bartolomeo Arena. L’amicizia vantata da Panetta con il finanziere gli consentiva di mantenere la propria autofficina non in regola senza subire controlli. Panetta veniva anche rifornito illegalmente di nicotina dal finanziere. Panetta trattava la nicotina presso il negozio di sigarette elettroniche che gestivamo insieme e per tale motivo ho preso io una multa di 50mila euro circa”. Secondo Miche Camillò, che gestiva l’attività di vendita di sigarette elettroniche a Tricase (Le), socio occulto in tale attività sarebbe stato Costantino Panetta, 36 anni, di Vibo Valentia, fra gli imputati di Rinascita-Scott per reati legati alle armi.

LE AUTO INCENDIATE

Michele Camillò racconta anche di due auto incendiate a Vibo Valentia.Quanto all’incendio dell’autovettura di Paternò nei pressi della Questura, è vero che io sono stato incaricato da Bartolomeo Arena ma alla fine io non me la sentì di rischiare e delegai mio cugino Marco Pardea, senza nulla dire ad Arena, che poi eseguì tale danneggiamento. Bartolomeo Arena intendeva danneggiare Paternò per fare un dispetto al cugino dello stesso, tale Tagliacozzo, con il quale Arena era in attrito. Specifico che questo danneggiamento era un’iniziativa di Arena, non mi risulta che interessasse al gruppo, tuttavia io non mi sentì di rifiutare perché la disposizione mi giungeva da un appartenente al sodalizio al quale mi ero affiliato”. Marco Pardea non figura fra gli imputati dio Rinascita-Scott.

Michele Camillò confessa invece di aver materialmente incendiato l’autovettura, sempre su mandato di Bartolomeo Arena, ai danni di tale Lo Bianco. L’ho fatto perché Arena mi narrò – ha fatto mettere a verbale il nuovo collaboratore – che Lo Bianco aveva avuto discussioni con la mia ragazza e Arena mi esortò a fare tale azione ritorsiva. Se non ricordo male, l’autovettura danneggiata era una Fiat Croma ubicata nei pressi della sua abitazione” nel quartiere Affaccio. “Il Lo Bianco vittima del danneggiamento da me effettuato era soprannominato Formaggio. Entrambi tali episodi sono avvenuti tra il 2013 ed il 2014”.

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