domenica,Giugno 20 2021

Vibo, commerciante disperata inizia lo sciopero della fame nel suo negozio

Protesta contro l’ultimo Dpcm che impone la chiusura ai negozi di abbigliamento. Il sindaco Maria Limardo, solidale, invoca risarcimenti

Vibo, commerciante disperata inizia lo sciopero della fame nel suo negozio

Un appello disperato rivolto al prefetto di Vibo Valentia Francesco Zito. Una commerciante piegata dalle ultime diposizioni in materia di chiusure delle attività commerciali che annuncia una protesta clamorosa: lo sciopero della fame all’interno del proprio negozio d’abbigliamento di via Popilia a Vibo Valentia. La signora AngelaBonaventura lo mette nero su bianco: «a partire da oggi, lunedì 9 novembre 2020, inizierò con la piena consapevolezza delle  conseguenze che ne possono derivare per la mia salute,  lo sciopero della fame e sosterò giorno e notte all’interno della mia attività commerciale. Tale iniziativa  è motivata dalla non condivisione del Dpcm del 3 novembre che ha determinato la chiusura del mio esercizio commerciale in modo repentino, senza congruo preavviso, e con scarsità d’informazione. Ciò ha determinato – conclude – conseguenze lesive dell’equilibrio economico della mia attività, determinandone il pericolo di chiusura definitiva e mettendo la sottoscritta nell’impossibilità di onorare gli impegni economici già assunti».

All’indirizzo della commerciante è arrivata la solidarietà del sindaco MariaLimardo: «Ho appena letto l’appello disperato della nostra concittadina Angela Bonaventura – ha affermato – che con il gesto estremo dello sciopero della fame sta manifestando tutta la sua sofferenza, domani (oggi, ndr) andrò personalmente a portarle la mia solidarietà. La salute dei cittadini viene al primo posto di tutte le scale di priorità, ciò posto e fermo, il pensiero va anche ai titolari di quelle attività che stavano riprendendosi dopo il primo Lockdown e che oggi invece e nonostante tutto, si sono dovuti fermare. I vibonesi avvertono forte il senso e la dignità del lavoro, i nostri imprenditori si sono impegnati e hanno fatto investimenti seri e consistenti per adempiere a tutte le norme del Dpcm facendo pienamente il proprio dovere, speranzosi di poter continuare a mantenere le proprie saracinesche aperte. Oggi quelle stesse attività forzatamente chiuse non vogliono la miseria di un indennizzo ma hanno diritto al risarcimento di tutti i danni subiti».

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