“Purgatorio”, la difesa di Galati: “Solo teorie del sospetto e processo al sistema giustizia a Vibo”

La “guerra” fra magistrati, le archiviazioni a Salerno, le contraddizioni dell’accusa, la stampa e l’astio dell’imputato contro Ruperti nelle discussioni degli avvocati Rotundo e Contestabile

La “guerra” fra magistrati, le archiviazioni a Salerno, le contraddizioni dell’accusa, la stampa e l’astio dell’imputato contro Ruperti nelle discussioni degli avvocati Rotundo e Contestabile

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Quasi sei ore di discussione per la difesa dell’avvocato Antonio Galati, accusato di associazione mafiosa, oggi dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia nel processo nato dall’operazione “Purgatorio”. Molti gli argomenti ed i temi trattati dagli avvocati Sergio Rotundo e Guido Contestabile davanti al Collegio presieduto da Alberto Filardo, a latere i giudici Raffaella Sorrentino e Graziamaria Monaco, in un processo che – come ricordato nel corso della requisitoria dal pm della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci e dagli stessi difensori – “lascerà un segno indelebile nella storia giudiziaria vibonese perché ha finito per toccare anche le posizioni e la vita di magistrati requirenti e giudicanti, oltre che quella degli investigatori della Squadra Mobile di Vibo dell’epoca”, Maurizio Lento e Emanuele Rodonò, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa. 

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Un processo dove “la difesa – ha ricordato l’avvocato Rotundo – ha deciso di abbandonare gran parte dei propri testi originariamente inseriti in lista perché il castello accusatorio è franato all’esito dell’esame degli stessi testi dell’accusa”. Imputati che, in ogni caso, “si porteranno dietro – ha sottolineato Sergio Rotundo – una cicatrice che neppure l’assoluzione potrà mai cancellare visto che l’indagine è andata a devastare la vita di professionisti”. Un processo dove si è utilizzato il “materiale rimasto dopo il proscioglimento di alcuni giudici a Salerno su richiesta dello stesso procuratore Franco Roberti poi divenuto capo della Direzione nazionale antimafia”.  Un processo “al sistema giustizia, quindi, una cosa gravissima – ha continuato Rotundo – dove si è cercato di colpire anche nel privato, nell’intimo di persone perbene a cui è stato negato anche il diritto di commentare, andando a sindacare persino le frequentazioni di un giudice con un avvocato e dove non è emersa neanche l’ombra di reati. Si è invece preferito alimentare la teoria del sospetto e di questo passo magari un giorno ci troveremo a dover sindacare se un pubblico ministero va a cena con un magistrato giudicante”. 

Un’indagine con la quale “si è mistificata la realtà in maniera pericolosa – ha rimarcato ancora l’avvocato Sergio Rotundo – e dove l’Ufficio di Procura si è persino dimenticato di accertare se l’avvocato Antonio Galati era o meno munito di mandato difensivo quando si recava a Limbadi nel casolare di Pantaleone Mancuso detto Vetrinetta”. Dopo l’assoluzione da parte del Tribunale di Vibo degli imputati del processo Black money non per assenza della cosca Mancuso, ma per la mancata prova della permanenza dell’associazione, “la Dda ha tentato di citare in aula altri 60 testimoni nel processo Purgatorio. Un tentativo – ha spiegato l’avvocato Rotundo – che dimostra tutta la debolezza dell’ufficio di Procura, quasi come se l’originaria lista testi dell’accusa l’avesse depositata la difesa dell’avvocato Galati”.

Quindi l’analisi delle singole vicende contestate, senza dimenticare una contraddizione di fondo. Il capo di imputazione contestato all’avvocato Antonio Galati (associazione mafiosa) lo vuole intraneo all’articolazione del clan Mancuso facente capo al nucleo storico (i fratelli Antonio, Pantaleone cl. ’47, Giovanni, Cosmo Michele e Luigi Mancuso) in netta contrapposizione (in un dato periodo anche armata, vedi ferimento di Francesco Mancuso) all’articolazione dei nipoti guidata dai fratelli Giuseppe, Diego e Francesco (“Tabacco”) Mancuso. Dall’esame di alcune vicende (passaporto di Salvatore Mancuso, fratello di Giuseppe, Diego e Francesco, e del bar Etoile di Vibo) è però emerso che l’avvocato Galati avrebbe favorito – secondo l’accusa – anche l’articolazione del clan Mancuso opposta a quella a cui – stando al capo di imputazione – lo stesso legale sarebbe stato associato.

La vicenda Bragò. Si tratta del recupero di un credito che Pantaleone Mancuso (cl. ’47) avrebbe fatto all’imprenditore Domenico Bragò di Limbadi. Una vicenda per la quale “la Procura – ha sottolineato l’avvocato Rotundo – non è mai intervenuta per contestare alcun riciclaggio di denaro né a Mancuso e né a Bragò, con la Guardia di finanza che ha anzi restituito a Bragò tutti gli assegni sequestrati che sono stati poi incassati, segno che non vi era nulla di illecito. Anche in questo caso – ha continuato Rotundo – il colonnello del Ros, Giovanni Sozzo, non ha accertato né se Galati aveva un mandato dalla moglie di Pantaleone Mancuso per il recupero del credito, né la provenienza lecita delle somme di denaro”. Allo stesso tempo, l’avvocato Rotundo ha ricordato che oltre all’avvocato Galati ad essere impegnato nel recupero del credito vi era pure un altro avvocato (Di Renzo) che ha tenuto lo stesso comportamento (lecito) di Antonio Galati.

Dalla vicenda dell’informativa “Minotauro” (dove era stato segnalato Antonio Maccarone, genero di Pantaleone Mancuso, poi assolto in via definitiva in Black money) che dalla Dda di Milano passa alla Dda di Catanzaro e viene discoverata (resa pubblica) dal pm Marisa Manzini nel processo Dinasty (la cui operazione risale all’ottobre 2003), l’avvocato Rotundo è poi passato al processo “Golden house” dove, a suo avviso, si è registrata da parte degli investigatori dell’inchiesta “Purgatorio” una “lettura distorta dei fatti e dei dati documentali”. Nessuna prova, infatti, che Pantaleone Mancuso (cl. ’47) e il costruttore Pietro Naso (imputato in Golden house ed assolto da ogni accusa) fossero soci nell’impresa interessata alla costruzione di appartamenti a Vibo Marina e Bivona da rivendere agli stranieri, così come dalle intercettazioni non è mai emerso che Mancuso abbia chiesto a Galati di assistere nel processo Golden House l’imputato Pietro Naso. L’avvocato Galati in Golden House ha invece difeso l’ingegnere Gioele Pelaggi (pure lui assolto) entrando in tale dibattimento in sostituzione dell’avvocato Antonio Fuscà, originario difensore di Pelaggi. “Quale dunque l’interesse di Mancuso – si è chiesto l’avvocato Rotundo – rispetto al processo Golden house? Nessuno. Così come in nessuna intercettazione si è mai registrato alcun accenno dell’avvocato Galati al suo assistito Pantaleone Mancuso quando il legale parlava con il giudice Cristina De Luca che ha presieduto pure il Collegio del processo Minosse 2 dove Mancuso era imputato”. 

Ed ancora: “Come mai, se l’accusa sostiene che l’avvocato Galati è associato al clan Mancuso – ha sottolineato l’avvocato Rotundo – , il boss Pantaleone Mancuso, Vetrinetta, non si è rivolto a Galati affinchè intercedesse con il suo amico magistrato Giancarlo Bianchi per il Riesame di Golden house? Chi ha infatti presieduto il Riesame del sequestro di Golden house? Proprio il giudice Giancarlo Bianchi. Lo stesso giudice – ha ricordato Rotundo – che ha condannato Antonio Mancuso, difeso dall’avvocato Antonio Galati, a 12 anni nel processo Dinasty. Lo stesso magistrato che, al pari del giudice Cristina De Luca, ha subito un’ondata di fango, ma che è stato il primo a condannare i Mancuso e la sentenza è poi divenuta definitiva accertando l’esistenza della cosca”. 

Sulla richiesta di astensione dal processo “Golden house” presentata dal giudice Cristina De Luca e respinta dall’allora presidente del Tribunale, Roberto Lucisano, l’avvocato Rotundo ha fatto notare al Collegio che se tale richiesta era stata respinta “perché scritta male, come sostenuto dall’accusa, nulla impediva al presidente Lucisano di chiamare la De Luca invitandola a ripresentarla ed a scriverla diversamente, cosa che il giudice Roberto Lucisano non ha mai fatto”. 

L’astio di Galati nei confronti di Ruperti. Un altro “capitolo” della discussione degli avvocati Sergio Rotundo e Guido Contestabile è stato quello dell’astio manifestato dall’avvocato Galati nei confronti di Rodolfo Ruperti (uno degli investigatori anche di una parte dell’operazione “Purgatorio”). “L’avvocato Galati ha rischiato di essere arrestato nell’inchiesta Dinasty 2-Do ut des con l’accusa di essersi comprato dal giudice Patrizia Pasquin una sentenza civile che però ha dato torto al legale. Chi era – hanno spiegato al Tribunale i due avvocati – l’investigatore di quell’indagine? Rodolfo Ruperti, all’epoca a capo della Squadra Mobile di Vibo che non è mai andato ad acquisire agli atti quella sentenza in cui la Pasquin dava torto a Galati. Ed alla fine di Dinasty 2-Do ut Des anche il giudice Patrizia Pasquin per tale episodio con Galati è stata assolta, così come è stato assolto in via definitiva l’avvocato Galati. Può quindi – hanno concluso i due legali sul punto – avere l’avvocato Galati parole di stima per Ruperti nelle intercettazioni dopo tale suo errore giudiziario e investigativo?”. 

E’ toccato quindi all’avvocato Guido Contestabile ribadire che il tentativo di coinvolgere nelle indagini magistrati del “valore di Giancarlo Bianchi e Giampaolo Boninsegna, usciti indenni da qualunque contestazione, così come di recente anche il pm Paolo Petrolo in appello ed in precedenza anche il giudice Manuela Gallo, è stata una sconfitta per tutta la giustizia. Ma un dato appare ora certo e definitivo – ha sottolineato l’avvocato Guido Contestabile – : non ci fu alcun mercimonio della funzione giudiziaria. E questo è un dato con il quale il Tribunale di Vibo è ora chiamato a confrontarsi. Così come non si può accettare, a livello di logica, che l’accusa da un lato sostenga che l’allora capo della Squadra Mobile, Maurizio Lento, avrebbe detto a Galati che erano in corso delle indagini e delle intercettazioni su Pantaleone Mancuso (cl. ’47) ed al tempo stesso Galati se ne andasse poi a parlare tranquillamente al casolare sapendo di essere intercettato…”. 

Contraddizioni anche in riferimento all’accusa che vuole l’avvocato Galati associato contemporaneamente a Pantaleone Mancuso (cl. ’47) ed al nipote omonimo Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, quando è invece un dato acquisito che zio e nipote “si facevano la guerra”.

Ultimo capitolo ha riguardato la “guerra fra magistrati” all’interno del Tribunale di Vibo, alcune notizie pubblicate dagli organi di stampa e quella che l’accusa ha chiamato “delegittimazione del giudice Fabio Regolo”. Come ricordato dagli avvocati Rotundo e Contestabile, dal dibattimento è invece emerso che l’avvocato Galati ha affermato nelle intercettazioni di non essersi mai interessato ad una “guerra” che non gli apparteneva (“lo faccia chi ha interesse, non vado ad imbarcarmi in una guerra che non è mia”, questa la frase detta da Galati nelle intercettazioni), in particolare in ordine agli incarichi dati all’epoca dal Tribunale fallimentare di Vibo (giudice estensore lo stesso Fabio Regolo) ad uno studio di commercialisti di Milano dove lavorava il fratello del giudice Regolo, ovvero il dott. Paolo Regolo.

Particolare importante ai fini dell’esatta ricostruzione degli avvenimenti è anche la data della pubblicazione sul sito web del Corriere della Calabria di un’inesistente perquisizione al Tribunale di Vibo negli uffici del giudice Regolo. Il colonnello Sozzo in tutti gli atti dell’informativa a sua firma aveva affermato che tale pubblicazione era avvenuta il 17 dicembre 2011, mettendo poi in correlazione tale evento con un dialogo intercettato avvenuto fra lo stesso Galati ed il giudice Manuela Gallo nel settembre 2011 e dal quale, ad avviso del teste e dell’accusa, sarebbe stato possibile comprendere che vi era un interessamento alla vicenda Regolo da parte dell’avvocato Galati.

L’avvocato Rotundo ha però fatto emergere documentalmente che la pubblicazione della notizia della fantomatica perquisizione al Tribunale di Vibo sul Corriere della Calabria non era avvenuta il 17 dicembre 2011 bensì un anno dopo, ovvero il 17 dicembre 2012, cioè oltre 12 mesi dopo il dialogo fra Galati ed il giudice Gallo (settembre 2011) messo in correlazione dall’accusa con la pubblicazione della notizia della perquisizione sul Corriere della Calabria. Ed anche a distanza di oltre undici mesi dalla stessa sentenza Golden house che risale invece a gennaio 2012. 

Le date esatte sono servite alla difesa per cancellare la tesi dell’accusa in ordine al fatto che “colpendo” Regolo si sarebbe “colpito” pure il giudice (“a lui legato”) Alessandro Piscitelli, togato a latere di “Golden house”, processo che era già andato a sentenza 11 mesi prima della notizia dell’inesistente perquisizione negli uffici del giudice Regolo.

Dulcis in fundo, la difesa dell’avvocato Antonio Galati ha anche ricordato che all’indomani della smentita della perquisizione nel Tribunale di Vibo fatta dall’allora presidente, Roberto Lucisano, il direttore del Corriere della Calabria Paolo Pollichieni ribadì la correttezza di quanto scritto dal suo giornale scrivendo di essere pronto, ove richiesto, a rivelare la fonte, non calabrese, della propria notizia. “Paolo Pollichieni sul punto, e chissà perché, non è però mai stato sentito dalla Dda di Catanzaro – ha concluso l’avvocato Rotundo –. Sul fatto poi che all’interno del Tribunale di Vibo vi fosse all’epoca una guerra fra magistrati ed una delegittimazione fra gli stessi, e non di certo creata dall’avvocato Antonio Galati, è stato confermato nel corso del dibattimento pure dal giornalista Pietro Comito che ci ha riferito come tali contrasti fossero a conoscenza di tutti e di quanti in quel periodo frequentavano quotidianamente il palazzo di giustizia”. 

Gli avvocati Sergio Rotundo e Guido Contestabile, ribadendo che la dignità e la libertà personale sottratta agli imputati da questa vicenda giudiziaria non potrà mai essere restitutita da nessuno, hanno quindi concluso per l’assoluzione del proprio assistito per “insussistenza del fatto”, rivolgendosi alla “coscienza ed all’intelletto” dei giudici del Tribunale al fine di “fare giustizia”. 

Prossima udienza il 16 febbraio per la discussione della difesa di Emanuele Rodonò. 

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