‘Ndrangheta: confisca al clan Tripodi di Portosalvo, l’accusa regge solo parzialmente

Quattro le misure di sorveglianza speciale, due le revoche. L’elenco dei beni restituiti e quelli che invece restano nelle mani dello Stato

Quattro le misure di sorveglianza speciale, due le revoche. L’elenco dei beni restituiti e quelli che invece restano nelle mani dello Stato

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 Non regge dinanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro la confisca di gran parte dei beni sottratti al clan Tripodi di Portosalvo, frazione di Vibo Valentia. Revocata inoltre la misura di prevenzione personale (4 anni) per Francesco Comerci di Nicotera (difeso dall’avvocato Antonio Porcelli) e per Massimo Murano di Busto Arsizio (3 anni in precedenza, difeso dall’avvocato Guido Contestabile). Confermata invece la decisione del Tribunale di Vibo Valentia che nel dicembre 2015 aveva disposto: 5 anni di sorveglianza speciale per il boss Nicola Tripodi; 4 anni e 6 mesi di sorveglianza per Antonio Mario Tripodi; 4 anni per Sante Tripodi; 4 anni per Salvatore Vita di Vibo Marina. In tale caso, però, la Corte d’Appello ha stabilito che la prescrizione di non partecipare a riunioni riguarda quelle in luogo pubblico, per le quali deve essere dato preavviso alle autorità. Revocata la confisca, con conseguente restituzione dei beni agli aventi diritto, dei seguenti beni: bar e ristoranti nel centro di Roma (Il “Ritrovo la Dolce Vita” e il bar “Effegi Global Services Group srl”), e in provincia di Milano, imprese edili operanti a Milano, Padova  e Vibo Valentia come la “Energia srl”, la “Effegi Costruzioni srl”, la “Gec srl”, quote della società “Sweet and Food” intestate a Purita Giuseppina (difesa dall’avvocato Porcelli), due auto intestate a Marika Mantino, la ditta individuale di Antonio Tripodi esercente l’attività di trasporto merci, quote della “7000 Caffè sas” di Teresa Lo Bianco (moglie di Sante Tripodi) con sede a Vibo, quote della “Arcobaleno sas di Calzone Alfredo” intestate a Teresa Lo Bianco (ed esercente attività di bar nel Bolognese), quote di proprietà e terreni a Vibo intestati a Teresa Lo Bianco e Carmela Tripodi, una Citroen C3 intestata a Nicola Tripodi, la società “L.F. Costruzioni”. Resta confiscata la società Edil Sud Costruzioni srl con sede a Roma (dichiarata fallita), una Peugeot 206 di Antonio Tripodi, la S.C. Costruzioni, la società LGR Costruzioni, la Moviter, la società T5 Costruzioni srl di Sante Tripodi, la O&S Costruzioni srl, un immobile a Magnago (Mi), un terreno a Manziana (Roma), un immobile a Roma, un fabbricato a Manziana. Confisca poi per tre furgoni, una Chevrolet Captiva ed un Fiat Ducato facenti parte del compendio aziendale della Edilsud. Nel collegio di difesa impegnati gli avvocati: Antonio Porcelli, Sergio Rotundo, Guido Contestabile, Vincenzo Gennaro, Domenico Anania, Anselmo Torchia e Salvatore Staiano. Il 22 settembre scorso la Cassazione ha reso definitive le seguenti condanne: Nicola Tripodi (70 anni), 8 anni di carcere; Salvatore Vita, 43 anni, di Vibo Marina, 9 anni di reclusione; Gregorio De Luca, 40 anni, di San Gregorio d’Ippona, 2 anni e 8 mesi; Antonio Tripodi (54 anni, fratello di Nicola), 7 anni e 6 mesi di reclusione; Sante Tripodi (45 anni, altro fratello di Nicola) è stato definitivamente condannato a 6 anni e 8 mesi. Associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, frode nelle pubbliche forniture, usura, rapina ed estorsione i reati, a vario titolo, contestati. Nel mirino del clan, che avrebbe esteso i suoi affari anche a Roma ed in Lombardia, ci sarebbero stati anche i lavori del post alluvione del 2006 a Vibo Marina. La sentenza della Cassazione ha assunto una portata storica dal punto di vista giudiziario perché per la prima volta è stata sancita in via definitiva l’esistenza del clan Tripodi di Portosalvo ma egemone anche a Vibo Marina. Una consorteria potente ma per lungo tempo sottovalutata, fondata da Nicola Tripodi che nelle attività illecite è stato coadiuvato dai fratelli Antonio e Sante. Una consorteria criminale specializzata nel controllo degli appalti pubblici ma – stante lo spessore criminale di Nicola Tripodi – capace in un determinato periodo storico di porsi da “garante” degli equilibri mafiosi in una vasta area del Vibonese, da Pizzo a Cessaniti, passando per Briatico. Un clan legato inizialmente a doppio-filo ai Mancuso di Limbadi, capace di uscire vincente dalla faida con i Covato di Portosalvo per poi muoversi in perfetta autonomia e divenire negli ultimi anni punto di riferimento criminale persino per il nascente clan dei Piscopisani, pronto ad “omaggiare” il boss Nicola Tripodi – come svelato dal collaboratore di giustizia Raffaele Moscato – in occasione dei suoi rientri da Roma in occasione della festa patronale di Portosalvo. [Continua dopo la publicità]

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A Roma i Tripodi avrebbero stretto solide alleanze con i Bonavota di Sant’Onofrio, pure loro presenti nel Lazio, e poi con i Gallace di Guardavalle, operanti fra Anzio e Nettuno, e gli Alvaro di Sinopoli che a Roma sono da sempre di casa. Nel Vibonese, invece, il clan Tripodi negli ultimi anni (a partire del 2008) con i “Piscopisani” (“famiglie” Battaglia, Fiorillo e Galati). avrebbe costituito un unico “cartello criminale”. L’operazione, scattata nel maggio del 2013, era stata coordinata dal pm della Dda di Catanzaro, Pierpaolo Bruni (oggi procuratore capo a Paola), mentre la parte più significativa dell’inchiesta era stata condotta dai carabinieri della Stazione di Vibo Valentia, guidati all’epoca dal luogotenente Nazzareno Lopreiato, e poi dai militari dell’Arma del Nucleo investigativo di Vibo. In foto dall’alto in basso: Nicola Tripodi, Salvatore Vita, Antonio Tripodi, Sante Tripodi

 

 

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