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Delitto Lopreiato, i motivi della sentenza: la pentita non è credibile neppure contro se stessa

Ecco come la Corte d’Assise di Catanzaro spiega il verdetto che ha scagionato Emilio Bartolotta, la moglie Annunziata Foti e Francesco Calafati. Assolta pure la collaboratrice di giustizia Loredana Patania il cui racconto incostante e illogico ha minato alla radice l’impianto accusatorio

Delitto Lopreiato, i motivi della sentenza: la pentita non è credibile neppure contro se stessa
Antonino Lopreiato

Venti pagine per spiegare una sentenza assolutoria che certifica il tracollo dell’impianto indiziario davanti alla prova dibattimentale. La Corte d’Assise di Catanzaro presieduta dal giudice Alessandro Bravin ha depositato le motivazioni del verdetto – pronunciato il 7 ottobre 2020 – attraverso cui Emilio Antonio Bartolotta (presunto capo di un neonato sodalizio mafioso che aveva assunto rilievo nel panorama ‘ndranghetistico vibonese, già condannato in via definitiva per l’omicidio di Michele Penna), il sodale Francesco Calafati, quindi Annunziata Foti, moglie di Bartolotta, e la collaboratrice di giustizia Loredana Patania, sono stati assolti per il concorso nell’omicidio di Antonino Lopreiato, consumato l’8 aprile del 2008 a Stefanaconi.

Emilio Antonio Bartolotta

Le ipotesi accusatorie

Secondo l’impianto accusatorio, Bartolotta (difeso dall’avvocato Salvatore Staiano) sarebbe stato il mandante ed avrebbe veicolato fuori dal carcere, attraverso la moglie Annunziata (difesa dall’avvocato Marinella Chiarella), l’ordine di uccidere Lopreiato. Loredana Patania, assieme al marito Giuseppe Matina (assassinato nel corso della guerra di mafia che insanguinò il vibonese tra il 2011 ed il 2012) e a Francesco Calafati (difeso dagli avvocati Sergio Rotundo e Bruno Ganino), avrebbero fornito le armi per l’agguato, che – secondo il capo d’imputazione – sarebbe stato portato a termine da un commando guidato da Rosario Battaglia, capo dell’ala militare del clan dei Piscopisani, facente parte, unitamente al gruppo di Bartolotta, di un cartello mafioso antagonista al clan Mancuso. Lopreiato fu assassinato con sette colpi di pistola, quasi tutti mirati alla testa, esplosi attraverso una Luger calibro 9 ed una Beretta calibro 32, pistole ritrovate nella Fiat Multipla data alle fiamme a Francica ed usata dai killer per consumare l’agguato. La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro aveva chiesto la pena dell’ergastolo per Bartolotta, Calafati e Foti, mentre per la pentita Loredana Patania era stata invocata una pena di sei mesi di reclusione per il solo reato in materia di armi, anche in ragione dei benefici derivanti dalla collaborazione con la giustizia.

Francesco Calafati

Il contesto

I carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo Valentia inquadravano immediatamente il delitto nel contesto di un regolamento di conti mafioso che coinvolse i territori di Stefanaconi e Sant’Onofrio. Proprio a Stefanaconi, infatti, il gruppo di Bartolotta aveva acquisito radicamento e forza militare – secondo gli inquirenti – grazie alle scarcerazioni ravvicinate di Pasquale Meddis, Salvatore Foti (poi scomparso per lupara bianca), Onofrio Cugliari e Francesco Calafati (già coinvolti – rammenta la Corte d’Assise di Catanzaro – nell’omicidio Maurici, consumato a Zungri nel 1996) e alla presenza di Giuseppe Matina e Andrea Foti (come Bartolotta, già condannato in via definitiva per l’omicidio di Michele Penna).

Annunziata Foti

Gli antefatti

Le scomparse per lupara bianca, nel 2007, in successione, di Michele Penna, legato a Nino Lopreiato, e Salvatore Foti, legato a Bartolotta, rappresentarono l’acme della contrapposizione armata. Nino Lopreiato, prima di morire, si sarebbe prodigato per ritrovare il corpo di Penna. Si riteneva, poi, avesse fatto sparire Salvatore Foti. Infine era «sospettato dagli ambienti malavitosi – è scritto nella sentenza – di essere anche un confidente del maresciallo dei carabinieri Sebastiano Cannizzaro», a suo tempo comandante della Stazione di Sant’Onofrio. Teste chiave per operare questa ricostruzione, appunto, Loredana Patania, che iniziò la collaborazione con la giustizia dopo l’omicidio del marito Giuseppe Matina (come detto, sodale di Bartolotta) e dopo un presunto agguato al quale sarebbe scampata dopo il suo trasferimento a Besana Brianza, in provincia di Milano.  La donna riferì, quindi, della pianificazione dell’agguato e dell’incarico, per l’azione di fuoco, conferito ai killer del clan dei piscopisani. La stessa Patania spiegò di essere stata presente quando Annunziata Foti, di rientro «dal carcere di Lecce», trasmise l’ordine del marito a Calafati e Matina affinché si procedesse con l’agguato.

La sera dell’agguato

Nel frattempo, d’altronde, Matina sarebbe stato sotto minaccia di Lopreiato. Scrive la Corte d’Assise di Catanzaro: «Il Matina nemmeno intendeva recarsi al cantiere di lavoro, costui era dipendente di Salvatore Lopreiato, fratello di Nino, poiché Nino gli aveva dato appuntamento colà per costrungerlo a farsi accompagnare nel luogo in cui il cadavere di Penna era nascosto». Nel frattempo, però, i tempi per l’agguato a Lopreiato sarebbero stati maturi: «La donna aveva visto il Matina prelevare da un terreno due pistole…». Le armi sarebbero poi state consegnate a Calafati che avrebbe provveduto a girarle ai sicari. La sera, quindi, a Stefanaconi, l’agguato in cui morì Lopreiato. Dalla sentenza: «Il Matina, verso le ore 18.30-19.00 era uscito di casa dicendo alla Patania di dover passare dalla sorella. Al ritorno l’uomo era pallido in volto e quando, verso le successive 20.30, erano giunte sul posto numerose pattuglie in borghese dei carabinieri, che avevano suonato alla porta, era fuggito dalla finestra dileguandosi. La Patania era stata condotta in caserma, ove era stata trattenuto sino alle ore 3 ed aveva appreso dell’avvenuto omicidio Lopreiato».    

Rosario Battaglia

Un commando molto presunto

Loredana Patania raccontò che il marito le aveva riferito che sarebbero stati tre i killer giunti da Piscopio e l’unico di cui conosceva con certezza l’identità sarebbe stato Rosario Battaglia (scagionato dal collaboratore di giustizia Raffaele Moscato e contro il quale non è stata neppure esercitata l’azione penale). Anzi, a dire della pentita, il marito una sera glielo mostrò anche, mentre passeggiavano alla festa di San Michele, a Piscopio. In quell’occasione lo stesso Matina ipotizzò che a completare il commando potessero essere stati Raffaele Moscato (oggi collaboratore di giustizia), Francesco Scrugli (che il giorno del delitto Lopreiato era però detenuto) e «il Pulcino», ovvero Rosario Fiorillo. La squadra della morte avrebbe rubato un’autovettura a Pizzo e, col volto travisato da maschere e baschi finti, sarebbe entrata in azione: «I colpi erano stati esplosi al volto della vittima per significare che il Lopreiato parlasse troppo».

Ma il killer era… in carcere

Ma Loredana Patania – scrive la Corte d’Assise – «rivela una coerenza solo apparente alla luce degli elementi di crisi, in punto di costanza e logicità narrativa, emersi all’esito dei controesami difensivi». Il primo riguarda «l’originaria indicazione, quale protagonista dell’esecuzione dell’agguato mortale in danno di Nino Lopreiato, di Francesco Scrugli». Ma il giorno dell’omicidio, Scrugli, poi ucciso nel 2012 a Vibo Marina, era detenuto. Sul punto, la Patania, si sarebbe resa protagonista di un «aggiustamento»: prima riferì di aver appreso dal marito che Scrugli avrebbe fatto parte del commando, poi che questa circostanza era semplicemente frutto di una supposizione essendo notorio che lo stesso era uno dei sicari dei Piscopisani. Con questo scivolone, Loredana Patania – scrive la Corte – «tradisce la necessità di giustificare una clamorosa smentita alle originarie accuse della narrante e manifesta il malcelato tentativo della fonte di occultare la radicale falsità dell’accusa. Elemento che da un canto induce a ritenere la Patania affatto inattendibile sul punto, dall’altro proietta, per la sua gravità, la sua luce sulla complessiva narrazione dei fatti, anche a fronte di altre evidenti aporie ricostruttive».

«Gravi elementi di distonia»

Insomma, la pentita – messa alle corde dai difensori degli imputati – su diversi aspetti chiavi non è credibile. Anzi manifesta «gravi elementi di distonia» anche sul mandato omicidiario del quale Annunziata Foti sarebbe stata latrice. Le sue conoscenze in materia non erano autentiche, ma – all’esito del controesame della difesa – emerse come la stessa fosse stata coinvolta nelle indagini preliminari per l’omicidio Penna e avesse seguito le udienze del successivo processo in quanto amica di Francesca Foti, sorella di Salvatore, presunto coautore del delitto Penna anch’egli vittima di lupara bianca. Controesaminata al processo per l’omicidio Lopreiato ha infatti confermato di aver letto, assieme al marito Giuseppe Matina e ad Annunziata Foti, la trascrizione dell’intercettazione avvenuta a Vibo e a non a Lecce, tra la stessa Annunziata Foti ed il marito Emilio Bartolotta nella quale, secondo gli inquirenti, emergeva l’ordine di procedere all’agguato dell’aprile 2008.

Il collaboratore di giustizia Daniele Bono

Gli altri pentiti

La Corte d’Assise di Catanzaro, quindi, rileva un’ulteriore serie di criticità, illogicità ed incoerenze narrative nei racconti di Loredana Patania: «Aporie rispetto alle originarie dichiarazioni delle quali la Patania non è riuscita ad offrire alcuna giustificazione, addirittura adducendo infedeltà nella trascrizione delle sue parole». Neppure il contributo narrativo inedito offerto da Andrea Mantella, il superpentito della ‘ndrangheta vibonese non è bastato per supportare l’assunto accusatorio e sanare le crepe create dalla claudicante collaborazione di Loredana Patania. Anzi «è con tutta evidenza – scrive la Corte – privo di consistenza, siccome limitato a indistinte “voci”». Analoghe conclusioni per un collaboratore ancor più recente, Nicola Figliuzzi. Mentre il narrato dell’ultimo teste chiave dell’accusa, Daniele Bono, altro pentito, i giudici sarebbe speculare al «fallimento in termini di credibilità» di Loredana Patania alla quale era peraltro legato. Insomma, un processo franato. Tutti assolti per non aver commesso il fatto, con motivazioni, peraltro, difficilmente appellabili.

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