Processo “Purgatorio”, la difesa del poliziotto Rodonò: “Accuse infondate”

Dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia continuano le discussioni dei legali degli imputati. Oggi è stata la volta dell’avvocato Rita Fenio per l’ex vice capo della Squadra Mobile vibonese

Dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia continuano le discussioni dei legali degli imputati. Oggi è stata la volta dell’avvocato Rita Fenio per l’ex vice capo della Squadra Mobile vibonese

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E’ stata oggi la volta della discussione dell’avvocato Rita Fenio, difensore dell’ex vice capo della Squadra Mobile di Vibo Valentia Emanuele Rodonò, nel processo nato dall’operazione “Purgatorio”. Il poliziotto è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e rivelazione di segreti d’ufficio e il pm Annamaria Frustaci della Dda di Catanzrao ha chiesto nei suoi confronti la condanna a 6 anni e 6 mesi. Accuse respinte dal suo avvocato – dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto da Alberto Filardo, con giudici a latere Raffaella Sorrentino e Graziamaria Monaco – che ha ripercorso diversi episodi al centro delle contestazioni non senza prima ricordare della rinuncia da parte della difesa all’escussione di diversi testi “in quanto – ha spiegato l’avvocato Fenio – già quelli dell’accusa non hanno confermato, a nostro avviso, i capi d’imputazione”.

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Quindi la trattazione di alcuni dati di fatto con i quali il Tribunale dovrà fare i “conti” in camera di consiglio: la sentenza con la quale altri giudici del medesimo Tribunale di Vibo hanno assolto gli imputati del processo “Black money” dall’accusa di associazione mafiosa. Sentenza importante, poiché ad Emanuele Rodonò (in foto) viene a questo punto contestato di aver concorso esternamente ad un’associazione mafiosa inesistente (o comunque di cui la pubblica accusa non è stata in grado di fornire prove capaci di reggere al vaglio dei giudici) nell’arco temporale ricompreso anche fra il 2008 ed il 2011, periodo nel corso del quale il poliziotto ha prestato servizio a Vibo dopo essere stato trasferito dalla Sicilia su chiamata dell’allora questore Filippo Nicastro.

L’avvocato Rita Fenio ha però ricordato che non è solo il Tribunale di Vibo ad essersi espresso sull’assenza di prove circa l’operatività del clan Mancuso in un determinato arco temporale, ma anche il gup distrettuale di Catanzaro prima e la Corte d’Appello poi al termine del processo “Black money” celebrato con rito abbreviato. Assoluzioni come quelle di Giuseppe Raguseo (genero del boss Cosmo Michele Mancuso), Antonio Maccarone (genero del defunto boss Pantaleone Mancuso cl. ’47), Mario De Rito, Salvatore Accorinti, Gabriele Bombai, Nunzio Manuel Callà e Antonio Mamone divenute definitive dopo la mancata impugnazione in Cassazione da parte dello stesso ufficio di Procura. 

Secondo la difesa di Emanuele Rodonò non vi è inoltre alcuno spazio per l’accusa di poter rivalutare nel processo “Purgatorio” elementi di altri processi, “fermo restando che il pm ha richiamato nella sua requisitoria altre sentenze su cosche confederate al clan Mancuso per dimostrare l’esistenza del clan Mancuso stesso” in un arco temporale successivo all’operazione “Dinasty” del 2003. Sentenze di operazioni contro il clan Lo Bianco, il clan Fiarè ed il clan La Rosa, alcune delle quali – ha ricordato l’avvocato Fenio – condotte proprio dalla Squadra Mobile di Vibo diretta da Maurizio Lento e da Emanuele Rodonò. Senza dimenticare l’operazione antidroga “Ghost”, nata proprio dall’impegno in prima persona di Emanuele Rodonò che è riuscito a disarticolare una vasta organizzazione dedita al traffico di cocaina egemone in tutte le Preserre vibonesi.

Anche l’avvocato Fenio – al pari di quanto già sottolineato nella scorsa udienza dalla difesa dell’avvocato Antonio Galati – ha poi ricordato al Tribunale le contraddizioni del capo d’imputazione che vuole Emanuele Rodonò aver favorito esternamente al tempo stesso esponenti del clan Mancuso in guerra fra loro, citando i contrasti fra zii e nipoti all’interno della “famiglia” di Limbadi e Nicotera.  

Si è poi passati all’interpretazione di alcuni dialoghi intercettati con l’avvocato Galati ed alla spiegazione su una frase al centro delle accuse secondo la quale Rodonò avrebbe detto all’amico avvocato di “non aver potuto indagare” sui Mancuso. Un’impossibilità che l’avvocato Fenio ha fatto risalire al fatto che Rodonò all’epoca era in procinto di essere trasferito da Vibo ed era già stato adibito a svolgere alcune funzioni alla Questura di Crotone. 

Quindi sono state ripercorse le vicende della giornata al mare nel villaggio “Costa degli dei” dei Maccarone in compagnia dell’avvocato Galati, quella del bar Etoille di Vibo e la vicenda della notifica dell’esame autoptico di Tita Buccafusca al marito Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, non mancando di evidenziare la difesa di Rodonò il fatto che sia Antonio Maccarone e sia lo zio Aurelio Maccarone (ex consigliere provinciale di Vibo) sono stati sottoposti ad intercettazioni ambientali e telefoniche senza che mai sia emersa una sola conversazione in cui si è parlato del dottore Emanuele Rodonò. 

Dopo aver sottolineato la presenza di diverse sentenze che sottolineano nelle motivazioni (da ultimo Black money) la totale inattendibilità dei coniugi Giuseppe Grasso e Francesca Franzè (testimoni di giustizia di Briatico), fra gli accusatori di Rodonò, l’avvocato Fenio ha ricordato al Tribunale che sulla scorta delle dichiarazioni del testimone di giustizia Salvatore Barbagallo (contrariamente a quanto dallo stesso affermato), Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò hanno portato a termine l’operazione denominata “Ultimo Incanto” contro le aste giudiziarie truccate. 

Infine, grande spazio nella discussione dell’avvocato Fenio ha trovato la qualificazione delle note dello Sco (Servizio centrale operativo della polizia). “Note dello Sco – ha evidenziato il legale di Rodonò – che non sono delle notizie criminis, come ben spiegato in aula anche dagli ispettori Esposito e Condoleo ed il dottore Rodolfo Ruperti, ma dei semplici spunti investigativi con la stessa valenza delle fonti confidenziali. Da qui l’impossibilità – ha concluso l’avvocato Fenio – di poter ipotizzare qualsiasi omissione della Squadra Mobile di Vibo rispetto a tali note dello Sco a cui, in ogni caso, Lento e Rodonò hanno sempre risposto. Note, fra l’altro, inviate alla Squadra Mobile di Vibo solo per opportuna conoscenza, ma trasmesse in via principale al Comando generale dei carabinieri ed alla Guardia di Finanza che avrebbero loro dovuto attivarsi”. 

Da qui la richiesta di assoluzione con formula ampia avanzata dall’avvocato Fenio per il dottore Emanuele Rodonò.

Prossima udienza il 23 febbraio prossimo per la discussione dell’avvocato Armando Veneto per Emanuele Rodonò e quella dell’avvocato Maurizio Nucci per Maurizio Lento.

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