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Omicidio Valenti a San Calogero, respinto il ricorso straordinario per Cassazione

La Suprema Corte deposita le motivazioni con le quali ha confermato per la seconda volta la penale responsabilità dell’imputato riconoscendo però le attenuanti generiche

Omicidio Valenti a San Calogero, respinto il ricorso straordinario per Cassazione
Domenico Valenti

Sono state depositate dalla quinta sezione penale della Cassazione le motivazioni della decisione con la quale è stato respinto il ricorso straordinario avverso la sentenza con la quale la Suprema Corte il 23 ottobre 2019 ha confermato la condanna a 12 anni di reclusione (previo riconoscimento delle attenuanti generiche) nei confronti di Cosma Damiano Sibio, 54 anni, di San Calogero. L’imprenditore è stato ritenuto responsabile dell’omicidio volontario, mediante colpi d’arma da fuoco, di Domenico Antonio Valenti, oltre che del delitto di porto illegale in luogo pubblico di pistola calibro 9×21. Fatti commessi a San Calogero il 15.8.2016. Nel tardo pomeriggio del 15 agosto 2016, lungo la strada provinciale in territorio del comune di San Calogero, veniva rinvenuto un cadaverea bordo di autovettura Fiat Panda. La vittima, ancora seduta al posto guida, ma con lo sportello aperto e un piede fuori dall’abitacolo, risultava attinta da numerosi colpi d’arma da fuoco sulla parte sinistra del corpo e veniva identificate in Domenico Valenti. Pochi minuti dopo la segnalazione del rinvenimento del cadavere si presentava alla locale Stazione carabinieri Cosma Damiano Sibio, che ammetteva di essere l’autore dell’omicidio. Sul luogo del fatto di sangue venivano rinvenuti diversi bossoli esplosi calibro 9×21 e alcuni proiettili deformati, mentre nell’auto dell’imputato veniva rinvenuta una pistola cal. 9×21 e tre bossoli esplosi del medesimo calibro. Le indagini balistiche accertavano che all’indirizzo della vittima erano stati esplosi tredici colpi di pistola calibro 9×21, e che i bossoli repertati erano stati sparati dalla pistola rinvenuta a bordo dell’auto di Cosma Damiano Sibio. Venivano repertati residui di polvere da sparo sugli indumenti e sulla pelle dell’imputato, ed anche all’interno della sua autovettura. [Continua in basso]

Cosma Damiano Sibio

Il ricorso straordinario per Cassazione investiva, in particolare, il rigetto del primo con il quale si censurava il diniego della circostanza attenuante della provocazione. E’ stato ritenuto dalla Corte inammissibile poiché l’errore di fatto come motivo di ricorso straordinarioavverso provvedimenti della Corte di Cassazione, consiste in una svista o in un equivoco incidenti sugli atti interni al giudizio di legittimità, il cui contenuto viene percepito in modo difforme da quello effettivo, sicché rimangono del tutto estranei a tale ambito gli errori di valutazione e di giudizio dovuti ad una non corretta interpretazione degli atti del processo di Cassazione, da assimilare agli errori di diritto conseguenti all’inesatta ricostruzione del significato delle norme sostanziali e processuali”.

Le critiche, quindi, alle valutazioni espresse dalla I sezione in tema di insussistenza dei presupposti della provocazione sono assolutamente estranee all’ambito del rimedio processuale utilizzato”. Dall’altro lato, “la correlazione tra la non precisata «risposta volgare» del Valenti, nel momento in cui aveva incontrato Sibio, e l’omicidio è tema che non risulta essere stato sottoposto con l’originario ricorso per Cassazione”, giacché nella sentenza della prima sezione della Suprema Corte si legge che il ricorrente “aveva piuttosto lamentato la mancata considerazione della reiterazione dei comportamenti vessatori da parte del Valenti, infine sfociati nell’ultima grave condotta minatoria. E che quest’ultima sia rappresentata dal danneggiamento avvenuto la sera precedente è confermato in altro luogo della motivazione, dove si puntualizza il contenuto della stessa, facendo riferimento all’esplosione di colpi di arma da fuoco ad altezza d’uomo”. Alla base del delitto i rancori legati ai confini di alcuni terreni in località San Pietro di San Calogero. In primo grado, al termine di un processo celebrato a Vibo con rito abbreviato, l’imputato – difeso dall’avvocato Giovanni Vecchio – era stato condannato a 16 anni di reclusione. L’ufficio di Procura aveva invece chiesto la condanna all’ergastolo.

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