Inchiesta sull’imprenditore vibonese Michele Lico, ad accusarlo pure due pentiti (VIDEO)

Si tratta di Andrea Mantella ed Antonio Russo che chiamano in causa i clan Mancuso di Limbadi, Lo Bianco di Vibo e Piromalli di Gioia Tauro

Si tratta di Andrea Mantella ed Antonio Russo che chiamano in causa i clan Mancuso di Limbadi, Lo Bianco di Vibo e Piromalli di Gioia Tauro

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Ci sono anche le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia nell’inchiesta che il 28 febbraio scorso ha portato i carabinieri del Comando provinciale e del Noe di Reggio Calabria ad eseguire un provvedimento di sequestro preventivo emesso dal gip del Tribunale reggino, su richiesta della locale Dda, nei confronti della società Fargil Srl, con sede legale in Roma, riconducibile al presidente della Camera di commercio di Vibo Valentia Michele Lico. L’imprenditore vibonese è accusato di intestazione fittizia di beni poiché, al fine di eludere le disposizioni in materia antimafia, avrebbe attribuito fittiziamente al figlio Santo, 28enne, la maggioranza assoluta delle azioni della Iam Spa di Gioia Tauro, società che gestisce da oltre un ventennio la depurazione delle acque reflue di numerosi comuni della Piana.

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E proprio su un’assunzione alla Iam si sofferma il collaboratore di giustizia, Antonio Russo, per anni attivo nel campo delle truffe e gravitante nell’orbita del clan Piromalli di Gioia Tauro, la più potente consorteria mafiosa dell’intera ‘ndrangheta calabrese. “In particolare – scrivono i magistrati – Antonio Russo riferiva di essersi recato a Vibo Valentia nelle sede della società Lico Santo srl al fine di ottenere l’assunzione alla Iam di Giofrè Enzo su incarico di Giuseppe Piromalli cl. ‘21” ovvero il fondatore dell’omonimo casato mafioso di Gioia Tauro (insieme al fratello Mommo cl. ’19 morto nel 1979) deceduto nel 2005. “Il collaboratore ha riferito – evidenzia la Dda – di essersi recato nei locali di tale società e di aver parlato con Lico Michelino, da lui identificato come il figlio di Santo Lico che si occupa della Iam. A costui il collaboratore ha ripetuto le frasi dettegli da Pino Piromalli”, nipote di Giuseppe Piromalli cl.’21, e cioè la raccomandazione di assumere Giofrè e di trattarlo come se fosse suo figlio. L’incontro ebbe esito positivo in quanto gli fu risposto di ritenere già fatto ed in effetti l’assunzione avvenne il giorno successivo, previa acquisizione di documenti”.

Gli inquirenti hanno riscontrato sia il legame parentale di Vincenzo Giofrè con i Piromalli (in quanto la moglie di Giofrè, di cognome Molè, è la figlia di Concetta Piromalli, quest’ultima figlia del defunto boss Giuseppe Piromalli cl. ’21), sia il fatto che altra figlia di Concetta Piromalli e Domenico Molè è coniugata con un fratello del collaboratore di giustizia Antonio Russo. Riscontrata anche la percezione di redditi dal 1998 al 2015 da parte di Vincenzo Giofrè dalle società della famiglia Lico di Vibo Valentia ed in particolare dal 1998 al 2008 ha percepito reddito dalla società “Lico Santo”. Tale società “all’epoca di proprietà di Lico Santo cl. ‘30e del figlio Lico Michelino deteneva quote societarie all’interno della Iam”. Dal 2008 al 2011 è stato poi riscontrato che Vincenzo Giofrè ha percepito reddito dalla Ligeam di Lico Michelino e in quel periodo la Ligeam aveva partecipazioni azionarie nella Iam. Dal 2012 al 2015 Giofrè Vincenzo è risultato alle dipendenze della Iam percependo reddito direttamente da tale azienda” con la qualifica di addetto alle “attività di pesatura dei rifiuti in ingresso ed in uscita”. Unico elemento di confusione nel verbale del collaboratore Antonio Russo lo si rinviene nell’errata indicazione – in un passaggio della sintesi del verbale – del defunto Giuseppe Piromalli, alias “don Peppino”, con il nome di “Pino Piromalli”, diminutivo con il quale è sempre stato indicato non il defunto boss classe 1921, bensì l’omonimo nipote Giuseppe Piromalli (classe 1945), detto “Facciazza”, attualmente detenuto. 

A conferma invece dei presunti rapporti di Michele Lico con i Mancuso, i magistrati riportano i dialoghi del defunto boss di Limbadi Pantaleone Mancuso (cl. ’47), alias “Vetrinetta”, nel proprio casolare di campagna, intercettati dai carabinieri del Ros di Catanzaro nell’ambito dell’inchiesta denominata Purgatorio. “Un ulteriore elemento di contiguità della famiglia Lico, in particolare di Michelino Lico con la cosca Mancuso”, spiegano i magistrati “è contenuto in un’indagine della Dda di Catanzaro laddove il boss Pantaleone Mancuso (deceduto nel 2015), nel corso di una conversazione ambientale registrata il 7 ottobre 2011, all’interno di un casolare rurale di Limbadi nella sua disponibilità, esternò di aver intessuto rapporti con esponenti d’eccellenza dell’imprenditoria calabrese, fra cui Santo Lico, il figlio Michelino e il presidente del Consorzio di sviluppo industriale, Giuseppe Bonanno. Affermava Mancuso: «Io lo conosco… io lo conosco bene a questo! Abbiamo mangiato assieme là al…a Briatico dove c’è il coso là il ristorante… Abbiamo mangiato assieme con Santo (Lico Santo, ndr), Michele (Lico Michele Roberto, ndr), lui (Bonanno Giuseppe, ndr), la cognata (Grillo Caterina Loredana moglie di Bonanno cognata di Lico Michelino) e la sorella (Grillo Maria Chiara coniuge di Lico Michelino e sorella di Grillo Caterina». Ultima “fonte conoscitiva circa i rapporti fra i Lico e la cosca Mancuso – sottolineano i magistrati – è il collaboratore di giustizia Andrea Mantella che il 13 marzo 2017 ha reso alla Dda di Reggio Calabria le seguenti dichiarazioni: “Michele Lico, figlio di don Santo Lico, ha ereditato i rapporti che il padre aveva stretto con la ‘ndrangheta e con i Mancuso in particolare. Per conto di Santo Lico si può dire che io abbia dato la vita, commettendo per lui anche un tentato omicidio. Il figlio si occupa delle attività imprenditoriali che erano del padre, in particolare nel settore edilizio, impiantistico e dello smaltimento dei rifiuti. Il giovane Lico – dichiara Mantella – so che aveva un ruolo nella Camera di commercio”.

Non è la prima volta, in ogni caso, che Andrea Mantella richiama l’episodio della sparatoria che l’ha visto coinvolto in prima persona. In altro verbale, infatti, il collaboratore di giustizia ricorda alla Dda di Catanzaro di aver sparato nei primi anni ’90 a Roberto Piccolo di Nicotera, ritenuto vicino al clan Mancuso, “su mandato di Carmelo Lo Bianco, detto Piccinni, poichè Piccolo aveva osato sparare ad un’azienda dell’imprenditore Santo Lico, quest’ultimo – ha spiegato Mantella – protetto da Antonio Mancuso”. In occasione della sparatoria a Vibo nei pressi del cinema Valentini, Andrea Mantella – come raccontato anche nell’udienza del 10 ottobre 2016 nel corso del processo Black money – rimase ferito in quanto la sua pistola nel rispondere al fuoco di Roberto Piccolo si inceppò.