“Il grande ammiraglio”, la storia di Occhialì rivive nell’ultimo libro di Ciconte – Video

La figura del calabrese, fatto schiavo dai turchi e divenuto uno dei personaggi più influenti dell’epoca, è al centro dell’ultimo lavoro del docente e scrittore presentato al Sistema bibliotecario vibonese

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La presentazione del libro di Ciconte
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Storia e leggenda spesso si danno la mano e a volte non si sa bene dove finisca l’una e cominci l’altra, perché i confini, se non sono ben tracciati, sono labili, invisibili, fragili come la carta velina”. La cifra della vita avventurosa, ammantata di mito e suggestioni leggendarie, del calabrese Gian Luigi Galeni, passato alla storia con il nome di Occhialì, è tutta in questa frase di Enzo Ciconte. Studioso di fenomeni criminali, scrittore e docente universitario, già deputato della Repubblica, che, divagando dalla saggistica a lui affine, propone in un agile volume la ricostruzione della vita del giovane di Le Castella fatto schiavo nel ‘500 dal temibile corsaro Barbarossa, ma in grado di riscattare la sua condizione al punto di divenire ammiraglio della flotta ottomana e influentissimo personaggio politico dell’impero. Il libro è stato presentato al Sistema bibliotecario vibonese nella serata di ieri, alla presenza dell’ex parlamentare e storico Domenico Romano Carratelli, del giornalista Stefano Mandarano, direttore de Il Vibonese. Le gesta e le fortune di Occhialì (o Uccialì, Uluccialì, Uluc Alì Pascià, ecc.) ne fanno a pieno titolo un grande personaggio storico calabrese, elevandolo ad emblema dei tanti corregionali che per sfuggire a stenti e miseria sono finiti per costruire altrove le loro fortune personali e quelle dei paesi che li hanno accolti. «La storia di Occhialì – ha spiegato Ciconte – è la storia drammatica di molti calabresi e meridionali. La storia di un destino che sembra ineluttabile ma che si deve fare in modo di invertire se si vuol fare in modo che dalla Calabria e dal Sud si parta per scelta e non più per necessità».

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Nel chiarire questo aspetto l’autore, tuttavia, ha messo però in guardia dalla tentazione di fare di Occhialì un simbolo identitario della Calabria. «Il minimo che possa avvenire – ha affermato Ciconte – è avvalorare una certa visione del calabrese violento, abile con le armi, che da sempre rappresenta uno dei luoghi comuni più odiosi sulla regione e la relegano a un ruolo marginale nella società italiana e non solo». Resta l’innegabile importanza storica di un personaggio – prima strappato con la forza alla sua terra d’origine, quindi messo al remo delle galere turche e, in seguito, convertitosi all’Islam – in grado di costruire da sé una folgorante carriera militare e politica che lo portò a divenire ammiraglio in capo all’intera armata e di godere di enorme considerazione al cospetto di ben quattro imperatori. Una figura, quindi, di primaria grandezza nella storia turca ma destinata all’oblio nella storia del suo Paese natale. “Vittima” di un’opera di rimozione di matrice cattolica che lo relegherà ai margini della storia. La stessa storia nella quale, evidentemente, per Ciconte Occhialì entra invece a pieno titolo. «Ne parliamo meno di quanto ne facciano i turchi – ha detto a tal proposito l’autore -. Ne conserviamo il ricordo in un busto nella piazza di Le Castella e poco più. In Turchia, al contrario, la moschea in cui è sepolto è meta quotidiana di pellegrini e turismo religioso. Il suo spessore storico meriterebbe ben altra considerazione anche in Italia».