mercoledì,Novembre 30 2022

Vibo, il restauro riporta alla luce l’antica bellezza della chiesa di San Giuseppe

Le attività hanno riguardato le facciate esterne dell’imponente edificio religioso realizzato nel XVII secolo. La chiesa racconta una delle pagine di storia più importanti della città

Vibo, il restauro riporta alla luce l’antica bellezza della chiesa di San Giuseppe
Chiesa di San Giuseppe, prima e dopo il restauro

Si sono conclusi i lavori di restauro delle facciate esterne della Chiesa di San Giuseppe di Vibo Valentia. L’edificio religioso racconta parte della storia cittadina e il ruolo che i gesuiti ebbero nella formazione di tanti vibonesi. In questo restauro, rende noto l’architetto Vincenzo Carone nelle vesti di direttore dei lavori, «l’intento progettuale è stato quello di evidenziare l’abbondante e marchiato contrasto di luce e di ombre e le membrature, che si snodano secondo una prevalenza delle linee sulle masse, con l’uso sobrio dei materiali, colore chiaro sulle campiture, pulitura e consolidamento delle modanature lapidee, per così esaltarne l’architettura gesuitica semplice e funzionale». Terminati gli interventi «si può ammirare l’architettura gesuitica a modello romano prevalentemente sulla facciata principale che caratterizza il monumento. Una facciata – rimarca l’architetto Carone – ad ordini sovrapposti, scandita da piatte lesene (pilastri verticali) e da tozzi pilastri angolari, tuscanici, innalzati su uno zoccolo inferiore, in forte pendenza con il suolo che ne caratterizza gli ingressi sui vari livelli». [Continua in basso]

L’architetto Carone

Le origini del collegio

Le origini della struttura risalgono al Seicento. Più in particolare, nel 1612 i Capitani della città di Monteleone inviarono all’Amministrazione dell’Ordine dei Gesuiti la richiesta di istituire un Collegio nella città, e lo stesso Duca Pignatelli, nel 1614, ne richiese la presenza. Nell’anno 1618, i gesuiti acquistarono il palazzo di Ferdinando Mazza e parecchie case attigue, iniziando così la costruzione del Collegio con denaro dei cittadini e con 21.000 ducati lasciati in eredità dal filosofo Vespasiano Jazzolino. La generosità dello studioso servì per l’istituzione del collegio e anche al mantenimento del convento fino alla sua abolizione che avvenne con Gioacchino Murat nel 1815. I gesuiti avevano una idea chiara sulla realizzazione degli edifici che dovevano vantare architetture semplici e funzionali. Nessuno stile eccentrico, nessun materiale fuori dagli schemi, lo stile rimandava alla rigidità degli ordini classici.

I tecnici in cantiere

L’edificio dei gesuiti e la chiesa

Così proprio dal Seicento in poi, la porzione di città sita fuori dalle mura, iniziava ad assumere la sua configurazione attuale costruita dalle mura infatti circuivano i primi insediamenti abitativi medioevali sorti intorno al castello dei Pignatelli, sorgendo lì dove vi erano preesistenze di strutture storiche prestigiose e lungo nuovi assi stradali, nati da una partitura regolare della maglia stradale urbana, nonché degli edifici sacri e delle dimore civili delle famiglie emergenti. In questo nuovo contesto urbano, di assoluto rilievo, vi era il collegio dei gesuiti: « I fronti della struttura conventuale sulla via del Gesù e su largo Collegio – scandisce l’architetto Carone – hanno un basamento fortemente acclive (in salita), ragion per cui esistono diversi ingressi su differenti quote: l’ingresso della chiesa, rispetto alla corte bassa è al terzo livello. Da sottolineare il ruolo assunto dall’impianto nel tracciato urbano con la forma planimetrica di due quadrati ruotati, corte e chiesa». [Continua in basso]

Il terremoto e la nascita della nuova chiesa

Ogni Collegio, oltre alle aule per la istruzione scolastica, le congregazioni religiose e le opere di carità, aveva la sua chiesa. Intorno al 1622 venne utilizzata dai primi religiosi la chiesa dedicata a S. Ignazio, posta presso l’edificio della famiglia Potenza-Lombardi Satriani. Il terremoto del 1627 danneggiò sia la chiesa che l’edificio, per questo vennero eseguiti dei lavori, ma solo di lieve entità perché vi era la volontà di costruire una nuova chiesa che rendesse il complesso unitario.

L’antico progetto

Il primo progetto del Collegio, ad opera del gesuita Carlo Quercia, prevedeva la sua realizzazione dove già esisteva una chiesa ed un giardino, ma il progetto a Roma destò qualche perplessità. Tuttavia, in occasione dell’inizio della costruzione della nuova chiesa, si procedette a modificare la pianta del progetto del Quercia. La nuova chiesa venne progettata e approvata agli inizi degli anni ottanta del XVII secolo, sicuramente dallo stesso Quercia. La chiesa venne dotata di una grande navata ad aula unica con cappelle laterali ed abside quadrangolare: «L’interno – fa presente l’architetto Carone – è articolato da una serie di lesene composite su basi in pietra locale che separano le cappelle laterali; la navata è coperta da una volta a botte lunettata con riquadri in stucco sull’aula e a lacunari nell’abside; la cupola è a crociera su pennacchi e le cappelle hanno volte a crociera». I lavori, voluti dalla parrocchia San Michele e San Giuseppe – guidata da monsignor Vincenzo Varone – hanno restituito l’antica bellezza all’edificio religioso. I progetti sono stati curati dagli architetti Carone e Giuseppe Loschiavo. Coordinatore della sicurezza, Vincenzo Giofrè, direttore tecnico Giosuè Carrà. Le attività portate avanti dalla impresa Carrà di San Costantino Calabro.

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