Le edicole votive di Tropea, alla scoperta di un tesoro da difendere

Nel centro storico della città sono decine le immagini sacre che raccontano la storia dei suoi abitanti e la vita di un tempo
Nel centro storico della città sono decine le immagini sacre che raccontano la storia dei suoi abitanti e la vita di un tempo
Informazione pubblicitaria
Informazione pubblicitaria

Il centro storico di Tropea ha la fortuna di conservare ancora intatto il proprio patrimonio architettonico, nonostante i numerosi terremoti succedutisi nel corso dei secoli. Decine sono i palazzi nobiliari caratterizzati da maestosi portali sovrastati da stemmi patrizi o maschere apotropaiche. In questo contesto è difficile ignorare una caratteristica tipica di tutti gli antichi nuclei del Sud Italia, ma che nella città d’Ercole trova notevole riscontro: le edicole votive. Ogni vicolo o palazzo è ornato da questi piccoli altarini, che nel dialetto locale vengono definite “cresiolee” (piccole chiese), proprio per il ruolo che un tempo rivestivano (e che spiegheremo più avanti). Da un punto di vista architettonico, si tratta per lo più di piccole nicchie prive di decorazioni, mentre le immagini sacre dipinte sul muro o su tavole lignee raffigurano la patrona della città, la Madonna di Romania, da sola o accompagnata da San Giuseppe e da San Francesco di Paola. In alcune di esse è facile riconoscere anche una Pietà o la Madonna del Carmelo, in pochissimi casi delle statue di gesso. Secondo un approssimativo censimento, il centro storico di Tropea conta una cinquantina di queste icone, ma molte sono conservate anche all’interno dei palazzi e, quindi, difficilmente catalogabili. [Continua dopo la pubblicità]

Informazione pubblicitaria

Ma veniamo alla loro funzione e a ciò che hanno rappresentato per la popolazione locale per secoli. La loro collocazione nei vicoli della città non era casuale: fino alla metà del ‘900 la popolazione meno abbiente occupava i piani terra e i seminterrati dei palazzi, spesso costituiti da una sola stanza buia e maleodorante (i cosiddetti catòi, dal greco katà, sotto), dove in pochi metri quadrati erano solite affollarsi anche quindici persone, famiglie costituite non solo da marito, moglie e figli, ma anche da nonni e zii. Proprio qui subentrava il carattere sociale delle “cresiolee”: le donne, in particolare, pervase dal desiderio di abbandonare quei luoghi di povertà e malattie, si riunivano davanti alle icone, passando il tempo a pregare e a recitare il rosario, ma soprattutto a scambiare qualche parola (o pettegolezzo) con la vicina. Erano una sorta di ancore di salvezza e vie di fuga da un mondo le cui difficoltà segnavano intere esistenze.

In questo contesto subentrava la seconda peculiarità delle edicole: la “velocità di trasmissione”. Il fedele non aveva bisogno di recarsi in chiesa per rivolgersi ai santi, era sufficiente fare pochi passi e ritrovarsi così in contatto diretto con la divinità. Anche perché aggirarsi per le vie del paese non era sempre consigliabile, soprattutto in orari particolari. Questi altarini erano infatti visti di buon occhio dalle istituzioni per l’importante ruolo rivestito nell’ordine pubblico: in un’epoca in cui la miseria dilagava, spesso i vicoletti erano luoghi pericolosi, in particolare nelle ore notturne. Le amministrazioni incentivavano l’uso delle edicole, omaggiate tramite ceri votivi che avevano, quindi, la funzione di illuminare le viuzze in cui erano poste. Erano una sorta di “icone di sicurezza”. Le “chiesuole” sono ancora oggi oggetto di devozione, è infatti facile imbattersi in lumini, fiori e immaginette sacre lasciate come ex voto, anche se in qualche caso ci troviamo di fronte a piccole opere d’arte abbandonate al proprio destino. Un enorme patrimonio da tutelare, capace di raccontare come un libro aperto la vita che scorreva un tempo tra i vicoletti e i palazzi della nobile Tropea.