Reperto trafugato? No, era stato dato in prestito. Polemica al museo

Il comitato civico solleva il caso del busto di basanite risalente a circa 2000 anni fa e che presto farà ritorno a Vibo: «Basta a continue spoliazioni»
Il comitato civico solleva il caso del busto di basanite risalente a circa 2000 anni fa e che presto farà ritorno a Vibo: «Basta a continue spoliazioni»
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Un importante reperto archeologico, risalente all’anno 41/54 d.C., è rimasto inspiegabilmente lontano dalla sua “casa”, il Museo di Vibo Valentia, per otto lunghi anni. Il reperto in questione è un busto di basanite rappresentante una figura femminile, che si pensava fosse stato addirittura trafugato illecitamente. Oggi si apprende invece che il busto in questione farà ritorno al “Capialbi” di Vibo. Una notizia accolta dal comitato civico del Museo, nato per festeggiare i 50 anni dall’istituzione, con un misto di sollievo e rabbia. Sollievo nell’apprendere che l’opera non è stata trafugata; rabbia nell’apprendere che per tutto questo tempo il reperto di grande pregio storico-artistico è stato sottratto alla fruizione dell’istituzione vibonese per così lungo tempo, per essere prestato al Princeton university art museum dalla direzione generale musei e dal segretariato generale del ministero dei Beni culturali, per giunta senza nulla in cambio.

«Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere – commentano Maria D’Andrea e Gilberto Floriani, del comitato civico -. Come è stato possibile privare il Museo Capialbi di Vibo di un reperto così importante per un periodo così lungo? E ci chiediamo, come comitato civico, cosa ha ricevuto in cambio – come avviene di consuetudine – il Museo di Vibo Valentia per tale prestito? Riteniamo pertanto assolutamente fuori luogo l’esultazione manifestata da parte di chi non si rende conto del grave danno d’immagine procurato al Museo Capialbi, privato per tanti anni di questo splendido manufatto di epoca romana, che dopo essere stato lungamente custodito nei magazzini del Museo di Reggio Calabria era stato finalmente esposto a Vibo. Una situazione analoga si era verificata anni addietro con la laminetta orfica, alla quale tutti i vibonesi riconoscono una grande valenza identitaria, che si è “assentata” per molti mesi per essere esposta a Paestum. In quel caso, almeno – ricordano i due studiosi – fu mandata in cambio al Museo di Vibo di una scultura maschile di un qualche valore. Furono però numerosi i visitatori che, recandosi appositamente al Museo Capialbi per ammirare il più importante reperto ivi conservato, rimasero profondamente delusi.

Pertanto non si può solo gioire per questo rientro, ma è doveroso porsi delle domande. Noi del comitato civico ci siamo chiesti se Vibo Valentia e la Calabria possono così semplicemente subire di queste spoliazioni e che ha a che fare tutto questo con la valorizzazione del lascito storico-artistico della città e del territorio? Lo stesso ha fatto la senatrice Margherita Corrado, membro della commissione cultura a Palazzo Madama, che ha chiesto, giustamente, l’accesso agli atti per la ricostruzione di tutta la vicenda. Si ritiene opportuno che analogo atteggiamento sia adottato anche dalle numerose associazioni, di cui la nostra cittadina è ricca: Italia Nostra, Fai, Archeoclub, Civitas, la Fondazione Murmura, e la stessa amministrazione comunale, il cui sindaco, pur nei pochi mesi dall’insediamento, ha dimostrato grande e concreta attenzione verso il patrimonio culturale della città, affinché i beni conservati al Museo siano maggiormente preservati e valorizzati. Lo si deve alla nobile storia di Vibo Valentia e a tutti coloro che cinquant’anni or sono si impegnarono con tenacia per istituire il Museo archeologico oggi intitolato a Vito Capialbi. Lo si deve perché il Museo appartiene ai cittadini ed è una grande risorsa per la comunità».

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